Ammetto di provare una morsa al cuore davanti ad una delle scene più degradanti del nostro tempo: quell'esercito di esseri umani in bicicletta che consegnano la pizza e altro per potere intascare qualche quattrino per potersi nutrire. Realizzo, davanti a simili scene, che il mondo del lavoro è stato trasformato in supermercato, che la dignità umana è stata sostituita dal clic di un algoritmo, che il diritto al lavoro, valore fondativo della nostra Repubblica, è stato ridotto a un ingranaggio di sfruttamento. Sì, parlo dei rider, quei giovani, e non solo giovani, che pedalano sotto il sole, sotto la pioggia, nel freddo e nel caldo, recapitando cibo, medicine, pacchi, in quello che dovrebbe essere un Paese civile, che fa della Costituzione la sua bandiera.
In questi giorni la Procura di Milano ha messo sotto controllo giudiziario Deliveroo Italy, disponendo la nomina di un amministratore giudiziario per indagini che parlano chiaro: ci sarebbero decine di migliaia di rider sfruttati, lavoratori subordinati a un algoritmo e retribuiti con paghe che in alcuni casi sono fino al 90% al di sotto della soglia di povertà e del contratto collettivo del settore. Pochi giorni prima la stessa Procura aveva preso provvedimenti analoghi nei confronti di Glovo, dove i compensi fissati dall'algoritmo venivano considerati tali da non garantire un'esistenza dignitosa come richiede l'articolo 36 della Costituzione. Leggendo le carte di questa inchiesta si scopre una verità che non può lasciare indifferenti: turni di 1011 ore al dì, sette giorni su sette, con retribuzioni talmente basse che, per campare, molti devono lavorare anche in nero o fare un secondo lavoro, in un sistema che incoraggia così l'irregolarità anziché combatterla. Ci sono testimonianze di persone che percorrono fino a 150 chilometri al giorno in bicicletta, con guadagni di 3,77 euro a consegna, in regime di "libera scelta" che, in realtà, è costrizione economica. E allora mi viene da piangere, perché io stesso da ragazzo ho conosciuto la fatica, il sudore e la fame di lavoro. Fu proprio indossando i panni del fattorino in bicicletta che ho potuto pagarmi gli studi e mettere insieme quei pochi soldi utili a sostenere il bilancio familiare. Quel lavoro, umile e faticoso, aveva un valore: era tutelato, era dignitoso, ti metteva in contatto con un contesto sociale, era un pezzo di carta del tuo futuro, non la tua condanna a vita. E parliamo di circa settant'anni fa.
Oggi questi ragazzi, spesso stranieri, ma anche italiani, lavorano e non hanno garanzie: arrivano a fine giornata con un pugno di euro, senza ferie, senza malattia, senza tutele antinfortunistiche, senza alcuna traccia di contratto. Formalmente sono autonomi, ma nella pratica l'app li controlla, decide dei loro turni, misura la loro performance, calcola la loro paga. È un sistema in cui la dignità umana è stata sostituita dal rating, il rispetto dal punteggio digitale. Non possiamo accettare che in un Paese che mette il lavoro come principio fondativo dell'ordinamento, il lavoro sia ridotto a un ricatto. Articolo primo della Costituzione: la Repubblica riconosce il lavoro come fondamento della nostra comunità. Eppure oggi vediamo lavoratori ridotti a numeri, sfruttati da società multinazionali, spesso con bilanci miliardari, che lucrano sulla pelle di coloro che non hanno altra scelta, condannandoli a un'esistenza sotto la soglia di povertà. Questa precarietà diffusa non è un caso isolato. È la cifra culturale di un modello economico che ha trasformato il diritto al lavoro in favore, che ha svuotato lo Stato di protezione sociale, che ha fatto della flessibilità una scusa per negare i diritti più elementari. Non si tratta più di scegliere se lavorare: si tratta di accettare condizioni che avrebbero scandalizzato lavoratori anche dieci anni fa. Ed è un paradosso ancora più grande che, in nome della libertà imprenditoriale, si sia giunti a legittimare forme che la Procura definisce addirittura come caporalato digitale, cioè sfruttamento mascherato da tecnologia. Non possiamo tollerare che la tecnologia diventi il nuovo giogo della libertà dell'uomo.
La civiltà di un Paese si misura dal modo in cui tratta i più deboli, non da quanto profitto le multinazionali riescono a generare. I rider non sono numeri di algoritmo. E se non ci sono tutele reali, se non c'è una legge che corregga questa lacuna legislativa, allora il lavoro non sarà mai un diritto effettivo, bensì una forma di schiavitù modernissima.
È tempo che il legislatore intervenga con urgenza, che riconosca a questi lavoratori uno statuto giuridico vero, che impedisca alle piattaforme di sfruttare il diritto alla flessibilità.
Bisogna farlo subito, e farlo con decisione: in un Paese serio il lavoro non può essere il ricatto della sopravvivenza, non può essere un abisso di precarietà. E l'articolo primo della Costituzione non è uno slogan vuoto. Esso è una promessa che noi abbiamo il dovere, morale oltre che giuridico, di onorare.