Vietato smascherare le bufale sulla povertà e sul lavoro nero

Vietato smascherare le bufale sulla povertà e sul lavoro nero

Nei soffitti alti del ruminare televisivo intelligente si fa finta che esista davvero una cosa che si chiama «popolo». E che al suo interno contenga cinque milioni di poveri censiti pensate un po' attraverso le dichiarazioni dei redditi. È ovviamente un falso. Non ci sono. Ci sono alcuni poveri, per lo più stranieri, ma il resto, specie al Sud, è soltanto evasione fiscale, doppio lavoro ed economia sommersa. Una parte di quell'economia è puro reddito di criminalità, altro che di cittadinanza. Lo accennava coraggiosamente ieri il giornalista Federico Geremicca sulla Sette, senza trovare sponda in studio perché è obbligatorio, santo e politicamente corretto avallare in coro la stessa falsità che va in onda da oltre dieci anni. Quella secondo cui una cupola di ricchi (ricchi per malvagità) deruba il grande popolo dei poveri buoni ma infelici, che nessuno ha mai avuto il fegato di andare a contare perché la fake news dei milioni di poveri è coperta da brevetto. Questa è la finzione che alimenta un governo di autocertificati castigamatti alla perenne ricerca di strumenti con cui confiscare ricchezza a chi l'ha prodotta per assegnarla a chi cerca elemosine svendendo dignità. Tutto lì il trucco. E quel trucco è sempre efficace grazie alla macchina propagandistica che campa sui fasti del pauperismo e del rancore sociale. Quello è il vero made in Italy. E il suo prodotto - effettivamente lordo - soddisfa sia i milioni di poveri mai visti che gli analfabeti di lotta e di governo.

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