Privilegiare solo chi è sano è l’anticamera dell’eugenetica

In Gran Bretagna, patria del diritto e di tanta parte della civiltà moderna, un ragazzo di 19 anni verrà lasciato morire perché non si è comportato bene. «Bene», intendo, secondo il nuovo principio imperante per cui chi non si prende abbastanza cura della propria salute ha meno diritti degli altri. Ma davvero uno Stato – o dei medici - possono decidere, in base a un giudizio etico/morale, chi può continuare a vivere e chi deve essere lasciato morire? Gareth Anderson non è un bravo ragazzo, è uno sciagurato. Ha ingozzato trenta lattine di birra in un fine settimana (dopo chi sa quante altre), tanto da avere bisogno di un trapianto di fegato. Tuttavia ha lasciato il letto dell’ospedale per farsi un’altra trincata. È tre volte sciagurato perché colpito da una tripletta di disgrazie: prima di tutto l’alcolismo, poi la conseguente malattia al fegato, infine la tremenda punizione pubblica. Il servizio sanitario britannico, infatti, stabilisce che bisogna astenersi dall’alcol per sei mesi, prima di essere messi nella lista d’attesa per un trapianto di fegato. Ora a Gareth restano due settimane di vita, se non avrà quel trapianto che gli viene negato perché non ha rispettato le regole. Intendiamoci, teoricamente la norma è giusta: se hai il fegato già spappolato, che bevi a fare? Ma una vita umana non può essere giocata su simili teorie punitive. Certo, chi si è comportato bene è più meritevole. Quando si tratta di vita o di morte, però, dovrebbero prevalere ben altre considerazioni, piuttosto che giudizi sul comportamento. Prima regola: ha diritto alla precedenza il più malato, ovvero chi - senza trapianto – morirà prima. Seconda regola: a parità di condizioni, si dovrebbe privilegiare la vita più giovane.
Invece no. I servizio sanitario britannico dice a Gareth: «Ti sei comportato male? Visto che è colpa tua, allora muori». Siamo sicuri che si tratti davvero di una colpa, o piuttosto di una debolezza psichica, di un problema psicologico, ovvero di un’altra malattia che si aggiunge a quelle più gravi e le provoca? Non sono fra quelli che danno comunque la colpa «alla società», ma davvero il più debole è sempre il più colpevole?
A me sembra, piuttosto, che venga considerata una colpa imperdonabile la debolezza di non saper resistere a certi piaceri, fino a farli diventare vizi dannosi: i soliti Bacco, Tabacco e Venere, cui si è aggiunta di recente la bulimia che provoca obesità. Proprio contro il piacere portato all’eccesso si scatenano i moralismi di chi sostiene che – con i tuoi piaceri – nuoci a te stesso e, soprattutto, alla collettività che deve curarti, quindi ai bilanci dello Stato. Nessuno, invece, si azzarderebbe a esprimere giudizi del genere per gli affetti di anoressia, malattia pure costosa per la società, e che però non viene da una volontà di godimento, bensì di privazione. Stesso discorso, paradossalmente, per le numerosissime e costose malattie che nascono dalla mancanza – volontaria - di cure igieniche personali. L’atteggiamento punitivo che sta prendendo piede nel mondo occidentale ha anche il greve sentore della «selezione della specie», ovvero proprio ciò che – a loro dire – ripugna ai moralisti in servizio permanente effettivo. Fateci caso: si finisce sempre più spesso, anche istituzionalmente, per privilegiare i sani, i forti, i volitivi, i disciplinati, piuttosto che i malati, i deboli e chi ha bisogno d’aiuto più che di punizioni. Una volta era il contrario, in base a un principio cristiano riversato trionfalmente nella sensibilità laica. E che una certa sensibilità laica si sta rimangiando in base al non disinteressato concetto di «utilità sociale».

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