Ecco un libro che non elemosina dei pretesti all'attualità ma cerca di comprendere perché il futuro, nelle nostre società esauste, sia diventato qualcosa di opaco. Giovanni Orsina, con Controrivoluzione. Una storia politica del nostro tempo (Marsilio), ha provato a capirne qualcosa, e ci ha detto, quando l'abbiamo incontrato per caso, che ha fatto pure una certa fatica. L'esito non è un saggio sul "populismo" nel senso liso del termine, e neppure il referto igienico-sanitario del nostro sgomentato senso democratico davanti alla "plebe": è un racconto dell'assetto che la stessa plebe ha incrinato, dunque è un libro sul liberalismo nel momento in cui smise di essere una difficile arte del compromesso e divenne una certezza storica, morale, quasi teologica.
Chiaro? No. La tesi in effetti è tersa, ma non elementare. Dopo il 1945 l'Occidente aveva edificato un congegno di compromessi del tipo: mercato ma temperato, Stato ma non onnivoro, sovranità popolare ma incanalata, libertà individuale ancora contenuta da istituzioni, famiglie, partiti, corpi intermedi e consuetudini. Poi negli anni Sessanta si riaccese una febbre emancipatrice senza le armature ideologiche del Novecento: la rivoluzione politica era impraticabile, ma il desiderio rivoluzionario restava intatto, e, proprio perché non poteva più conquistare il Palazzo d'Inverno, si trasferì nelle sezioni e nelle fabbriche, e poi, dai parlamenti e dalle piazze, si trasferì anche in direzione dell'etica e del diritto e dell'economia; c'era l'individuo da affrancare, le corti da investire, i mercati da spalancare, i confini da rendere porosi, i costumi da riplasmare.
Giovanni Orsina chiama questo processo "rivoluzione impolitica", una metamorfosi che ha diffidato della politica semmai aggirandola, surrogandola con norme, diritti, giudici, tecnocrazie, pedagogie morali e integrazioni economiche. L'Occidente post-1989 ha creduto che la Storia avesse smesso di opporre attriti, e che il governo rappresentativo, il mercato, il multilateralismo, i diritti individuali e l'apertura delle società, potessero accordarsi in un unico spartito progressivo; non una macchinazione, semmai una fede, qualcosa che, come capita alle fedi, poi ha finito per scambiare se stessa per realtà.
Qui c'è il punto più acuminato del libro, forse. La rivoluzione liberale nacque per emancipare, dice, però si è contratta in moralismo; voleva rendere autonomi gli individui, però cominciò a dire quale autonomia fosse ricevibile o no, voleva pluralismo, però secerneva ortodossie, voleva tolleranza, però tese a sopportare sempre meno l'indocilità. Ancora: voleva sciogliere vincoli, però ne ha generati altri più evanescenti, perciò più pervasivi, lessicali, etici, culturali e reputazionali. Il vocabolario della libertà si è fatto sintassi della correzione, e, quando strati crescenti di società hanno reagito, l'ordine liberale non li ha anzitutto interrogati, ma li ha repertati: ignoranti, rancorosi, provinciali, retrivi, deplorevoli. "Populismo" è diventato spesso questo: non una categoria analitica, ma una formula signorile per non ascoltare.
Il merito di Orsina è di non precipitare nella simmetria contraria: non finge che il mondo di ieri fosse un chiostro armonioso, sa bene che l'ultimo mezzo secolo ha prodotto società più libere e più prospere. Proprio per questa ragione può permettersi una critica più ferma: quella civiltà dell'apertura, dice, ha scordato che gli esseri umani non stanno soltanto nell'astrazione dei principi: ma abitano luoghi, appartenenze, memorie, usanze, confini materiali e simbolici, e, quando l'apertura al mondo non porta più occasioni ma paura di perdere casa e lavoro e identità, quando l'apertura non sembra più una possibilità bensì un rischio (non aria nuova, ma perdita di radici) ecco che il senso di appartenenza diventa politicamente più magnetico del "progresso", ed ecco che la controrivoluzione populista non appare più come un meteorite ma anche come un figlio spurio dello stesso ordine che combatte. Orsina insiste su un gioco di specchi: il populismo non è l'assolutamente "altro" dal liberalismo impolitico, ma ne replica alcune movenze, diffida delle mediazioni, aborre gli intermediari, sogna l'immediatezza, pretende autenticità, accorcia brutalmente il tragitto fra volontà e decisione. Il populismo rivuole la politica, ma spesso la rivuole senza lentezze, filtri, procedure, senza quella grammatica tragica del limite che la politica stessa rappresenta. La rivolta contro l'antipolitica dominante, a sua volta, è attraversata da pulsioni antipolitiche: la politica rinasce, ma sfigurata, non è più un'amministrazione anestetica del mondo, ma non è ancora neppure costruzione durevole d'un ordine. Chiaro? Speriamo.
Il libro ha pagine rilevanti sulla nazione, ultimo grande deposito simbolico rimasto alla destra controrivoluzionaria. La nazione è fiaccata, talora impraticabile; ma resta più calda dell'Europa, più afferrabile della globalizzazione, più memorabile delle reti planetarie. Abbiamo decostruito le patrie senza edificare un demos continentale; abbiamo sospettato delle identità nazionali ma non abbiamo generato un'appartenenza dotata della stessa forza affettiva. Ne è nato un vuoto, e la politica, come la natura, detesta il vuoto: lo riempie con ciò che trova.
Controrivoluzione è perciò un libro raro in un panorama, il nostro, dove si tende a rimuovere non il futuro prossimo, ma quello remoto, che costringe a pensare. Orsina restituisce durata, profondità e filiazioni, non si domanda soltanto i perché di Trump, Brexit, Le Pen, Cinque Stelle, collera contro le élite, ritorno dei confini; si domanda quale promessa tradita abbia aperto la strada a queste risposte. Non assolve i ribelli, incrimina la sicumera dei vincitori.
La conclusione implicita è severa: non salveremo la società aperta recitandone più forte il catechismo, e neppure brandendo valori contro chi li percepisce come un linguaggio d'esclusione.
Bisognerà difendere liberalismo, diritti, mercato, Stato di diritto e democrazia rappresentativa, ma solo dopo aver compreso perché in troppi non li sentano (più) come una casa propria; bisognerà restituire corpo agli individui ridotti ad astrazione, e legittimità al conflitto, dignità politica al radicamento. Orsina non ha scritto un pamphlet per arruolare dei lettori, ma per inquietarli. E oggi, in una conversazione pubblica che è schiava dell'istante da immortalare, un'inquietudine ragionata appare quasi aristocratica.