Se ci sedessimo alla stazione ad aspettare il nostro autobus sotto la pensilina, seduti tranquilli su una panchina, non dovremmo cercare la destinazione a caratteri luminosi, e non sarebbe neppure il caso di affrettarci troppo. Questo è un autobus che ci fa salire a bordo e poi, quando parte, il viaggio è tutto lì. Nessuna meta per chi resta, nessun arrivo da figurarci, con valigie da disfare e foto da spedire. Le Partenze di cui scrive Julian Barnes nel suo nuovo libro, che ha annunciato essere l'ultimo, e che esce in occasione dei suoi ottant'anni (in Italia come sempre edito da Einaudi, pagg. 184, euro 18,50) sono, appunto, definitive, e il titolo originale consente un giochino fra singolare e plurale che la nostra lingua non permette: Departure(s), poiché la morte di cui parla Barnes è la propria, che sente avvicinarsi, ed è quella di alcuni dei suoi cari, che appaiono in queste pagine (anche la moglie Pat, alla cui partenza aveva dedicato Livelli di vita nel 2013) ma è anche quel viaggio in autobus che tocca a tutti noi, prima o poi.
In queste Partenze si intrecciano due vicende principali, due andirivieni che si sfiorano: la prima è una storia d'amore fra due amici di Barnes dei tempi dell'università a Oxford, Stephen e Jean, che si svolge per una parte negli anni Sessanta e per un'altra negli anni Duemila; la seconda è la scoperta, da parte dell'autore inglese, di avere un raro tumore del sangue, che probabilmente non lo ucciderà ma che lo accompagnerà fino alla morte. La diagnosi arriva all'inizio del 2020, appena prima dell'isolamento per il Covid, e il primo pensiero di Barnes è: scrivo ogni cosa. Per esempio che, con una punta di snobismo, preferisce morire del suo tumore del sangue anziché di Covid, e che la scrittura è terapeutica: "Scrivere queste cose - mentre le scrivo - mi rende calmo. La concentrazione sulle parole, lo sforzo di avvicinarmi quanto più possibile alla verità. È stato lo stesso quando stava morendo Pat. Terrore e angoscia tenuti a bada scrivendo del mio terrore e della mia angoscia, che riaffioravano quando non stavo scrivendo". Barnes, che dice di condurre una "conversazione" con i suoi lettori, cioè noi, immaginandoci seduti ai tavolini di un caffè con un bel clima tiepido, ci racconta di avere immaginato la morte per la prima volta non come "qualcosa che ci attende, un capolinea alla fine di un viaggio" bensì "come una presenza costante che si sposta su un binario parallelo alla nostra vita. E che in un qualunque momento una serie di eventi imprevisti può far deragliare sul nostro binario, spazzandoci via". Ora, per Barnes, su un altro binario corre anche il suo cancro del sangue, e il fatto è che ciascuno ha i suoi, di binari. A lui hanno detto che la sua malattia è "incurabile, ma gestibile" e questo suona molto come la vita, ci racconta sempre seduti al bar, specialmente se siamo persone sempre consapevoli di quei binari, e ancora di più se nel profondo sentiamo che non sono affatto paralleli, che in realtà si intersecano sempre.
Poi, siccome Barnes è sempre Barnes, non poteva mancare un altro "innesto" (è lui stesso, autoironicamente, a farsi criticare dall'amica Jean per quelle digressioni che poi sono l'impalcatura dei suoi libri) con cui cominciano queste Partenze: una riflessione sul legame fra memoria e identità. Una dottoressa amica di Barnes gli spedisce infatti un articolo tratto da una rivista di neurologia intitolato Proust e Madeleine: insieme nel talamo? che ricorda come proprio l'inzuppamento della tortina nel tè abbia messo in moto, nello scrittore francese, "la sua memoria autobiografica involontaria (in inglese Involuntary Autobiographical Memory, o Iam)" e prosegue con un caso di studio, ovvero un quarantacinquenne al quale, dopo un ictus, a un certo punto "un boccone di crostata di mele aveva riportato alla mente tutte le crostate della sua vita, che gli si erano scaricate nella mente in rigoroso ordine cronologico, come una cascata improvvisa". Guarda caso Iam, la sigla della memoria autobiografica involontaria, coincide con "I am", che inglese significa "io sono", o anche quell'"Io Sono" che di noi tutto conosce e ricorda e che, in epoca sconsacrata, potrebbe addirittura finire sostituito, secondo Barnes, che per tutto il libro si dichiara ripetutamente ateo, da noi stessi, giudici finali ad alto rischio di autoassoluzione...
Il punto è: quando i nodi vengono al pettine, insomma quando i binari palesemente si scontrano, e la memoria e la scrittura non possono più soccorrerci, che cosa resta della nostra identità? "Niente memoria uguale niente identità" si dice, e spesso si incontra nella quotidianità, "eppure adesso - scrive Barnes - non ne sono più così sicuro" perché anche di fronte a un saggio diventato demente e ridicolo, beh, "nemmeno allora è un altro ad avere invaso la sua mente, non c'è un altro spirito (anche se ci piacerebbe crederlo)" e perciò, per comodità, possiamo mantenere l'equivalenza fra memoria e identità, ma "sembra che una porzione di identità, per quanto sgangherata
e disancorata, riesca a sopravvivere". È così. E a quella "porzione di identità" forse l'ateo Barnes potrebbe osare dare un nome, se non in un altro libro, magari facendo due chiacchiere, sotto una pensilina dell'autobus.