Voci dalla destra lamentano la latitanza della cultura di destra, che invece un governo di destra, forte di una solida maggioranza, avrebbe dovuto diffondere e sostenere, finalmente vincendo l'egemonia culturale della sinistra.
Una prima distinzione è doverosa e semplice. La politica culturale del governo di destra non va confusa con la cultura di destra, e un'egemonia politica potrebbe essere possibile solo se ci fosse, tra gli intellettuali che si richiamano alla destra, un'egemonia culturale, cioè una "koiné", uno stesso sentimento del mondo, sia pure con diverse articolazioni, che oltrepassi il perimetro del partito politico più o meno di riferimento. D'altra parte, chi è al vertice della gestione culturale della politica (diciamo il ministro) deve certamente conoscere quale sia la cultura di riferimento che è chiamato ad amministrare, ma il suo mestiere lo svolge meglio non se è l'incarnazione di Nietzsche ma piuttosto quella di Cirino Pomicino.
A quale "koiné" culturale il ministro politico di destra dovrebbe guardare? Al conservatorismo, alla visione conservatrice della società, che ha trovato nel volume Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia (1790) di Edmund Burke la sua più celebre trattazione.
Chiediamoci questo: in Italia si può costruire un'egemonia culturale fondata sul conservatorismo?
Edmund Burke contrapponeva la "Glourious Revolution" del 1688 alla Rivoluzione Francese. Secondo l'analisi del filosofo, la prima era pragmatica, non ideologica, nasceva da esigenze concrete non da astratti principi egualitari, cosa che aveva permesso il cambiamento di regime pur conservando la tradizione, non distruggendo l'ordine esistente, ma correggendolo, rispettando le istituzioni storiche. Insomma, come lo stesso Burke diceva, "una rivoluzione senza rivoluzione", del tutto diversa da quella francese che aveva distrutto le istituzioni, politiche e religiose, con la violenza, generando il caos e la perdita di fondanti riferimenti storici del passato.
Alla base del conservatorismo non c'è, allora, la questione se le trasformazioni sociali debbano compiersi attraverso le rivoluzioni, ma in quale modo, con quali strumenti può avvenire il cambiamento del regime politico: o attraverso una trasformazione organica e graduale della società senza sradicarla dalla sua storia, oppure facendo leva su ideologie astratte che abbattono l'esistente, rinnegando la tradizione, imponendo nuovi valori.
La visione conservatrice della società sceglie la prima strada.
La storia moderna italiana fondata sul Risorgimento e sull'antifascismo si avvicina (mantenendo il modello interpretativo di Burke) molto più ai principi della Rivoluzione Francese che a quelli del conservatorismo di origine anglosassone. E, infatti, la cartina di tornasole ci dice che essere conservatori in Italia significa essere demonizzati: la cultura di sinistra (vero o falso che sia), richiamandosi ai valori rivoluzionari risorgimentali e antifascisti forma una propria generica "koiné" (egemonia) anticonservatrice, e da questa stessa "koiné" i conservatori vengono, appunto, scomunicati.
Difficile, dunque, essere conservatori in Italia, ma questa situazione invece di aggregare gli intellettuali conservatori, li divide, ognuno in cerca della benedizione a sinistra che legittimi il proprio pensiero e il proprio lavoro. Così ognuno resta chiuso nel recinto delle proprie competenze (indubbiamente profonde) in attesa dell'attenzione di qualcuno che passi a sinistra. In questo contesto culturale, un conservatore in Italia non solo deve far fronte alle critiche che arrivano da sinistra, ma anche difendersi da chi da destra coltiva il suo orticello conservatore e vede nel vicino (conservatore) un proprio concorrente nella ricerca della legittimazione di sinistra. È come se io, che da una vita studio il Romanticismo, il pensiero di Goethe e la fenomenologia di Husserl e considero la bellezza un principio metafisico fondante della cultura occidentale e dei suoi valori identitari conservatori della tradizione, mi mettessi a polemizzare con coloro che sostengono il conservatorismo liberale di Croce o di Popper o di Scruton, sostenendo che sono più bravo di loro, che nel mio pensiero c'è il vero conservatorismo, nella speranza di essere celebrato e legittimato con un trafiletto sul giornale o con un invito al Festival di Mantova (per dirne uno) da chi dice di essere un intellettuale di sinistra.
E tutto questo finisce, per farla breve, con il titolare politico (il ministro) che, se non apre la porta al titolare dell'orticello conservatore tutte le volte che bussa alla sua porta, riceve una serie di critiche velenose con l'accusa di non fare niente per la cultura di destra, cioè per lui.
Si potrebbe anche riflettere sul fatto che l'ultima e più recente organizzazione culturale collettiva a più voci del conservatorismo italiano si debba a Indro Montanelli con la fondazione de il Giornale. Ma questa è ancora un'altra storia.