Quirinale, un elefante che non si mette a dieta

La presidenza della Repubblica non ha nessuna funzione operativa, ma in questi anni è cresciuta fino a diventare un governo nel governo

Quirinale, un elefante che non si mette a dieta

In scia ad un articolo di Vittorio Feltri sui costi del Quirinale, e ad una replica di Donato Marra, segretario generale della presidenza della Repubblica, ci è arrivata una lettera, a firma Antonio Ratti, che tratta lo stesso argomento: e che mi sento autorizzato a commentare per avere scritto insieme a Nicola Porro un libro, Sprecopoli, dove un corposo capitolo è dedicato proprio al colle più alto.

Prendendo lo spunto da una vacanza presidenziale a Villa Rosebery, il Ratti si chiede perché Napolitano non vada in albergo. E propone che la villa sia visitata a pagamento dai turisti, che il Quirinale diventi prevalentemente museo, che la tenuta di Castelporziano accolga bambini disabili e bisognosi. Proposte che corrispondono, ne sono sicuro, ai desideri di tanti italiani.
Nell’essenziale la polemica riguarda una struttura mastodontica che ha duemila dipendenti e comporta spese molto superiori a quelle concesse alla regina Elisabetta (secondo cifre non aggiornatissime trecento dipendenti), o al re di Spagna (543), o a Barack Obama (466), o a Sarkozy (941). Con l’avvertenza che Barack Obama e Sarkozy sono Capi di Stato operativi, non con funzioni prevalentemente notarili o di moral suasion, come l’italiano e il tedesco.

Perché mai, si domandano i contribuenti, il Quirinale costa oltre duecento milioni di euro l’anno e la presidenza tedesca un decimo? Sono proprio necessarie, per lo svolgimento dei compiti assegnati al Presidente, le 1200 stanze del magnifico palazzo che fu residenza dei Papi? È chiaro che, a lume di buon senso non lo sono. Non lo erano nemmeno quando ospitavano i Re d’Italia (ma Vittorio Emanuele III adibiva il Quirinale solo ad ufficio, preferiva vivere nella villa dove Mussolini fu ricevuto il 25 luglio 1943 per un ultimo colloquio, e poi caricato su un’ambulanza).
L’anomalia del Quirinale sta nella sua grandiosa vastità. Lo scandalo del Quirinale sta nel numero degli addetti. Non so oggi, ma fino a qualche tempo fa vi si contavano 20 cuochi, 20 addetti alla biancheria, 6 addetti alle livree. Personalità straniere sono spesso ospiti del Presidente. Ma quest’apparato appare spropositato.

È oltretutto strapagato. Si dà per inteso che chiunque, nell’ambito pubblico, debba lavorare nei centri del potere (il Quirinale o Palazzo Chigi o le Camere) debba avere un sensibile aumento di retribuzione. Che poi rivendicherà, come diritto acquisito, quando sarà restituito alle normali mansioni. In una delle sue sacrosante crociate contro lo spreco, Raffaele Costa propose che per il personale in servizio al Quirinale fossero soppresse «l’indennità di alloggio, l’indennità informatica, l’indennità di guida, l’indennità di servizio caccia, l’indennità di cassa, l’indennità di incarico, la quattordicesima mensilità, la triplice gratifica annua». Temo - ma non oso addentrarmi nei segreti della contabilità ufficiale stando alla quale i parlamentari italiani sono i meno pagati d’Europa - che poche tra queste escrescenze burocratiche siano state smantellate. Anche perché a difesa dei peggiori privilegi si mobilitano sempre i sindacati del pubblico impiego oltre ai vari Tar, Consiglio di Stato e se necessario Corte costituzionale.
La responsabilità del gigantismo quirinalesco non ricade sull’attuale presidente. Viene da lontano e ricade su chi, per una straordinaria voluttà d’amplificazione dei compiti e di moltiplicazione del personale, ha ideato la struttura della presidenza. (Non diversamente vanno le cose quando viene istituita una qualsiasi «autorità»). La prima preoccupazione dei politici e di molti burocrati è quella d’assegnare poltrone e stabilire emolumenti destinati possibilmente a familiari, amici, clienti.

Il marchingegno cui si è fatto ricorso per dilatare il Quirinale è stato semplice. Al Capo dello Stato sono stati attribuiti dei consiglieri - per gli esteri, per gli interni, per le finanze, per la giustizia e così via - ma questi personaggi, anziché limitarsi a informarlo doverosamente sui fatti riguardanti la loro competenza, hanno finito per guidare complessi e affollati uffici con impiegati, segretarie, uscieri, auto blu. Ministeri bonsai che riproducevano e riproducono nella Presidenza la grande struttura dello Stato. Il Quirinale come sintesi - in verità tutt’altro che sintetica - dello Stato.

Bisognerebbe tagliare, sfoltire, restituire i consiglieri al loro ruolo individuale d’esperti, senza un seguito microministeriale. Ma chi prova a metter mano in quegli ingranaggi rischia d’esserne stritolato. Anche con la maggiore buona volontà si procede a ritocchi, non a riforme, si usano le forbici anziché il machete. Nelle spese per il Quirinale l’appannaggio del Presidente ha un’incidenza minima. Circa 220mila euro lordi l’anno, pur sempre una bella cifra ma meno di quanti percepisce un europarlamentare italiano.
Si può e si deve discutere dell’opportunità che il Capo dello Stato abbia a sua disposizione più residenze (il fasto cerimoniale che caratterizza la monarchia inglese non può caratterizzare una repubblica).

Ma il male oscuro non sta tanto in questo tipo d spese - comunque da ridimensionare - quanto nel modo in cui il Quirinale, pigmeo del potere stando alla Costituzione, s’è trasformato in un colosso burocratico: e nessuno riesce a porre rimedio infrangendo - salvo che con modifiche timide - la regola italiana secondo la quale gli organici degli uffici pubblici possono variare solo in crescita, mai in diminuzione.

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