E insomma, a ottant'anni dalla nascita della Repubblica, «oggi siamo un grande Paese», dice Sergio Mattarella. Una «democrazia forte», rispettata nei fori internazionali e che si fa sentire ai tavoli che contano. E qui subito scattano gli applausi da destra e da sinistra. Giorgia Meloni lo chiama o lo ringrazia per «lo sprone ai giovani». «Una nazione orgogliosa della propria storia e dell'autorevolezza frutto dei sacrifici di generazioni guarda al futuro con speranza. Faremo il possibile per la pace». Telefona pure Elly Schlein che si complimenta per le parole sulle conquiste, dalla sanità al «diritto a retribuzioni eque». Ma dietro il battimani bipartisan, ecco che spuntano «le crepe alla coesione sociale», come le chiama il capo dello Stato, le spine che un po' rovinano il quadro di concordia nazionale al quale lavora da più di un decennio.
La politica estera, innanzitutto. Dall'aggressione russa all'Ucraina, Mattarella ha tenuto la barra italiana ferma in direzione dell'appoggio a Kiev, con tanto di aiuti militari: una linea che la maggioranza, tranne qualche sbandata salviniana, ha fatto sua, mentre dall'altra parte si sono registrati diversi distinguo vagamente filo russi, soprattutto tra i Cinque stelle e Avs. Quanto a Gaza, l'arresto del predicatore di Genova sta portando a galla una serie di contiguità o di leggerezze tra il mondo pro Pal e Hannoun, con il rischio di infiltrazioni islamistiche radicali: il fatto dei finanziamenti al sofferente popolo palestinese siano finiti in mano ai terroristi di Hamas non può far certo piacere al Quirinale. Ed ecco che tornano di attualità gli inviti alla prudenza del capo dello Stato ai componenti della Flottilla, tra cui alcuni parlamentari italiani. Lasciate gli aiuti a Cipro, aveva consigliato Mattarella, peccato che non gli abbiano dato retta.
Poi, le riforme. Qui i problemi nascono con il centrodestra. Sulla separazione delle carriere dei magistrati e sul doppio Csm il presidente non si è pronunciato. «Non è materia di sua competenza - spiegano dal Colle - Non interviene mai sul merito delle leggi». Però i suoi buoni uffici hanno ottenuto un piccolo rinvio della data del referendum: il quesito è tecnico e difficile, i cittadini devono avere il tempo di farsi un'opinione. Sulle ipotesi di premierato, di sicuro non può gradire un cambiamento del sistema che riduca le prerogative del capo dello Stato, tuttavia pure su questo punto silenzio assoluto, anche perché chissà se ci sarà davvero, quando e quale sarà il testo finale della riforma. C'è pure un terzo motivo di frizione con Palazzo Chigi e riguarda i decreti legge. Troppi e non sempre coperti o in linea con la Costituzione: per evitare incidenti o bocciature il Quirinale è costretto a un continuo lavoro di «consulenza preventiva», come peraltro avveniva con governi di centrosinistra.
Spine quindi, che si possono vedere leggendo in controluce alcune parti del discorso di Capodanno. La «nostra storia di successo», sostiene, è «un mosaico faticosamente composto» grazie ai padri costituenti. «La mattina discutevano e si contrapponevano sulle misure concrete di governo, il pomeriggio insieme componevano i tasselli della nostra Carta. L'assemblea fu capace di trovare una sintesi di alto valore mentre la dialettica politica si sviluppava tra convergenze e contrasti, anche molto forti».
Ecco, per Mattarella pure oggi dovrebbe funzionare così: si litiga sui provvedimenti da prendere ma si trova un comune denominatore sulle questioni di interesse
nazionale, che non sono di destra o di sinistra. Nato, Unione Europea, la ricerca della pace, lo schierarsi con gli aggrediti. E poi definire insieme le regole, compresa la legge elettorale. Si chiama coesione nazionale.