Rave party assassino? Per «Liberazione» è solo colpa dei divieti

La festa del delirio ha provocato due morti. Trattandosi di delirio, di rave dunque, non vedo la novità. Si mescolano abusi di alcol e di droghe, si sballa, si rischia, si finisce sfiniti, finiti, collassati, purtroppo morti. Due ragazzi alla ricerca della vita smarrita, due ragazzi come mille, affamati di altro, ubriachi di qualcosa di diverso, immersi nel tunnel nel quale è facilissimo infilarsi, dal quale è più complicato fuggire.
Si sballa a duecento all’ora, si sballa in discoteca, si sballa all’aria aperta, laddove la natura dicesi libera questa viene okkupata, violata, violentata, siringata, berciata, bruciata e poi abbandonata. Al diavolo gli antichi riti della ribellione sociale, nelle fabbriche vuote di uomini e odoranti di macchinari. Qui la rivoluzione è totale, qui il raduno non ha altri fini se non quelli di salire verso il nulla, nuotare nel vuoto, liberarsi da tutto e finire schiavi dello stesso.
Secondo Davide Di Leo, tastierista, compositore, comunque artista di «soprannome» Boosta dei Subsonica, intervistato sull’argomento dal Corriere della Sera «oggi chi apre un locale per fare musica dal vivo o ha soldi della mafia da riciclare oppure è un deficiente. Del resto come si può pensarla diversamente se uscire la sera è diventato quasi un reato. Se lo fai evidentemente è a tuo rischio e pericolo perché è verosimile che finirai in ospedale o peggio al cimitero. Per i ragazzi le scelte sono poche: sballarsi fino all’autodistruzione oppure restare a casa. Le leggi bloccano e proibiscono, non puoi proporre o fare praticamente nulla, sei costretto a rinunciare. E magari a Ferragosto finisci in un rave illegale, forse perché non hai tante altre alternative...».
Liberazione, nel suo editoriale di ieri, al grido di «non ci sono più i rave di una volta» spiega che «i divieti hanno contribuito a rendere le feste maggiormente selvagge e brutali. La vecchia guardia disconosce gli attuali raduni e dice che i principi originari sono stati erosi dal mercato mentre la solita mediatizzazione ha contribuito a farli diventare superficiali e nichilisti», aggiungendo anche la testimonianza di un «volontario del soccorso, Stefano Bartoletti che da vent’anni opera a livello informativo e sanitario nei raduni: la repressione ha frammentato gli appuntamenti, ormai confinati in luoghi impervi e pericolosi».
Ci siamo: la colpa è dei divieti non dell’abuso di alcol, la colpa è dei siti di ritrovo, impervi e pericolosi, non dell’uso o abuso di droghe. La colpa è dei limiti di velocità e delle condizioni di strade e autostrade, non dell’ubriachezza o dell’ecstasy, la colpa è sempre esterna, degli altri, della società, della famiglia, della scuola, del governo, dei mezzi di informazione che rendono il fenomeno «rave» superficiale e nichilista mentre i ragazzi, a Ferragosto, hanno voglia di roba forte che non siano la pasta al forno o il bollito freddo, per non restare a casa, come dice Boosta, preferiscono l’autodistruzione.
Non so a quale tipo di gioventù si faccia riferimento, a quale cilindrata di cervelli e di esistenze. Non credo che i valori smarriti, o comunque falsi, possano essere riabilitati in uno sballo collettivo, gratuito, in territorio altrui, scegliendo la notte e il buio per cercare chissà quale luce o, forse, per nascondersi a se stessi, facendo il gioco degli organizzatori che sono i primi a svignarsela.
D’accordo, i divieti sono una sciocchezza, le proibizioni accentuano gli stimoli, la repressione provoca la ribellione, la natura non ha padroni ma si prega di non calpestare le aiuole. Liberi tutti, dunque, liberi di vivere, liberi di sopravvivere, liberi di scegliersi la morte, a duecento all’ora, in un rave, con la musica che spacca la testa, con il corpo avvelenato dalle droghe e dall’alcol. Avanti così, senza paura. Ma senza lacrime. E senza editoriali.

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