Reti d’impresa: priorità per lo sviluppo nel Lazio

Nell’attuale crisi il Lazio, pur nella totale assenza di politiche di incentivo e sviluppo registrate durante la giunta Marrazzo-Montino, ha dimostrato di saper reagire meglio delle altre Regioni alla recessione. Ne parliamo con Cesare Cursi, presidente della commissione Industria, commercio e turismo del Senato.
Come mai il Lazio mostra capacità di ripresa?
«Perché vanta un micro-tessuto produttivo formato per il 95% da piccole e piccolissime imprese con una percentuale molto spostata verso il settore servizi che, addirittura, nel 2009 ha registrato un piccolo segno positivo».
Invece alcune multinazionali stanno lasciando la nostra Regione.
«È un dato da non trascurare perché le multinazionali a capitale estero, provenienti per circa il 50% dall’Europa e circa il 30% dagli Usa, hanno portato alla nostra industria know-how e ingegnerizzazione dei processi necessari per lo sviluppo delle realtà locali. Il problema è che queste aziende sono allettate dai minori costi di gestione, soprattutto della manodopera, nei Paesi dell’Est».
I dati sull’occupazione nel 2009 preoccupano...
«È la grande scommessa che si troverà ad affrontare il nuovo governo regionale e sono sicuro che avrà le idee chiare e i mezzi opportuni per far bene. Nel Lazio in un anno si sono persi 8mila posti di lavoro. Solo agricoltura e artigianato hanno tenuto».
E dal punto di vista geografico?
«L’area pontina e la parte meridionale della Regione sono tra quelle che più hanno avvertito la crisi. Settori strategici come il chimico-farmaceutico, che con circa 17.500 addetti posizionano il comparto tra le province di Roma e Latina al secondo posto nazionale, con 45 aziende, 27 siti produttivi e ben 17 centri di ricerca e sviluppo, hanno sofferto più degli altri l’isolamento produttivo. Ma anche i settori metalmeccanico e alimentare (gruppo Avio e Pettinicchio), hanno risentito della crisi».
I cambiamenti tecnologici mettono a rischio la sopravvivenza delle piccole imprese che nel Lazio sono il 95% del totale.
«È un problema noto, che però può rappresentare anche un vantaggio in tempi di crisi. La soluzione è possibile, la ricetta c’è, l’importante è applicarla con metodo. Proprio per seguire l’andamento del mercato le imprese, per essere competitive, stanno dando vita a forme organizzative “a rete” di varia impostazione».
L’unione fa la forza?
«È così. L’intento è che la rete possa essere un motore dell’innovazione, possibile e conveniente grazie a legami in grado di integrare intelligenze, conoscenze e capacità di partner diversi. Meno chiaro è l’iter attuativo. Sul piano operativo, infatti, è un percorso di non facile realizzazione, perché le competenze, i capitali, le disponibilità ad assumere rischi scarseggiano, specie nel mutato contesto internazionale della competitività».
La collaborazione tra più imprese darebbe però indubbi vantaggi.
«Soprattutto due, ma fondamentali. La produzione di idee originali in termini di nuove tecnologie ma anche di fattori innovativi che permettano di aggiornare e migliorare le tecnologie già esistenti e la loro diffusione attraverso le reti stesse in modo che, mettendo in comune nuove idee e tecnologie con tutti i potenziali utilizzatori, ne venga amplificato e moltiplicato il valore».
Le reti di impresa dovrebbero quindi essere una priorità per il Lazio?
«Non solo. Gli obiettivi di politica industriale che mi auguro possano essere messi a breve in campo dovranno per forza riconoscere i distretti industriali come uno dei fattori attraverso i quali indirizzare le politiche di sviluppo a livello territoriale per creare un contesto favorevole all’attività d’impresa; lo stesso dicasi per le reti d’impresa intese quali forme di libera aggregazione tra soggetti privati sulle quali veicolare facilitazioni, incentivi, semplificazioni e fiscalità agevolata».

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