Covid, pazienti in terapia intensiva rischiano disfunzioni cerebrali

A dimostrare il rischio maggiore di soffrire di delirio e di entrare in coma è uno studio internazionale, condotto da ricercatori statunitensi e spagnoli

Non si placa la morsa del Covid in un'Italia divisa dai colori e dalla paura. Sono in aumento i numeri dei ricoverati e i pazienti in terapia intensiva. Proprio sulla condizione di questi ultimi si è concentrato uno studio internazionale pubblicato l'8 gennaio su The Lancet Respiratory Medicine.

I ricercatori del Vanderbilt University Center di Nashville, Tennesse (USA), in collaborazione con i colleghi spagnoli dell'INCLIVA Research Health Institute di Valencia e Proyecto HU-CI (Madrid) , hanno infatti scoperto che i malati di Covid ricoverati in terapia intensiva nei primi mesi della pandemia erano esposti a un rischio di delirio e di coma significativamente più elevato rispetto ai soggetti con insufficienza respiratoria acuta. A far crescere la possibilità di soffrire di disfunzione cerebrale acuta in questi individui, molto probabilmente, la scelta di farmaci sedativi e quella di frenare le visite dei familiari.

Il delirio in terapia intensiva è associato a costi medici più elevati e a una maggiore probabilità di demenza, fino alla morte. Da decenni il Vanderbilt University Center ha condotto ricerche in merito ed è giunto a redigere linee guida di terapia intensiva approvate dalle società mediche in diversi Paesi. Le stesse includono una gestione ben calibrata del dolore con pronta interruzione di analgesici e sedativi, prove quotidiane di risveglio spontaneo e di respirazione, valutazioni del delirio durante il giorno, impegno familiare, mobilità ed esercizio fisico precoci.

Lo studio internazionale, il più grande del suo genere fino ad oggi, ha monitorato l'incidenza del coma e del delirio in 2.088 pazienti Covid ammessi prima del 28 aprile 2020 in 69 unità di terapia intensiva per adulti in 14 Paesi. Circa l'82% degli individui era in coma da circa 10 giorni e il 55% era delirante da circa 3 giorni. La disfunzione cerebrale acuta è durata mediamente 12 giorni. Sono dati, questi, pari al doppio di quelli che si riscontrano nei soggetti in terapia intensiva non Covid. Secondo gli scienziati, i processi dell'infezione da coronavirus predisporrebbero il paziente a un carico maggiore di disfunzione cerebrale acuta.

Il rischio, poi, aumenterebbe a causa di una serie di fattori per la cura, alcuni dei quali legati alle pressioni esercitate sull'assistenza sanitaria dalla pandemia. Dall'indagine si evince un ritorno a pratiche di terapia intensiva antiquate, tra cui sedazione profonda, uso di infusioni di benzodiazepine, immobilizzazione e isolamento dalle famiglie. Utilizzando le cartelle cliniche elettroniche, i ricercatori hanno esaminato dettagliatamente le caratteristiche dei malati, le pratiche di cura e i risultati delle valutazioni cliniche. Circa l'88% degli individui era ventilato meccanicamente in modo invasivo. I pazienti sottoposti a infusione di benzodiazepine presentavano un rischio maggiore del 59% di sviluppare delirio. Al contrario, per i malati che avevano ricevuto visite familiari (di persona o virtuali), tale probabilità scendeva al 30%.

«Questi periodi prolungati di disfunzione cerebrale acuta sono in gran parte evitabili - afferma Pratik Pandharipande, uno degli autori dello studio - la nostra ricerca suona come un allarme. Quando entriamo nella seconda e terza ondata di Covid, i team di terapia intensiva devono soprattutto tornare a livelli più leggeri di sedazione per questi pazienti. Devono, poi, attuare frequenti risvegli, prove di respirazione e mobilizzazione e garantire visite sicure da parte dei familiari di persona o virtualmente».

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Commenti

sbrigati

Mar, 12/01/2021 - 17:46

Titolo fuorviante.

Calmapiatta

Mar, 12/01/2021 - 18:14

"...molto probabilmente, la scelta di farmaci sedativi e quella di frenare le visite dei familiari.". Quindi non è un sito del virus, ma delle cure mal gestite. Titolo fuorviante. Riformulate.