Parkinson, nuova scoperta contro gli effetti collaterali delle terapie

La seconda malattia neurodegenerativa più diffusa raramente si manifesta prima dei 40 anni

Dopo il morbo di Alzheimer, è la malattia neurologica più diffusa. Raramente si manifesta prima dei 40 anni. Infatti, il numero di soggetti colpiti in un dato periodo per 100mila abitanti, cresce in maniera proporzionale con l'aumentare dell'età. Si stima, dunque, che la fase di insorgenza si attesta attorno ai 60 anni. Il morbo di Parkinson è una patologia neurodegenerativa a evoluzione lenta ma progressiva. Fu descritto per la prima volta nel 1817 dal medico inglese da cui prende il nome. Nel famoso libro sulla 'paralisi agitante', veniva descritto un disturbo caratterizzato da tremore e difficoltà di movimento. Espressione tipica e importante del Parkinson è la progressiva e cronica degenerazione dei neuroni della sostanza nera. Inoltre, un segno distintivo dal punto di vista anatomo-patologico, è rappresentato dalla presenza dei corpi di Lewi, ovvero inclusioni sferiche ialine tipiche.

Non è tutt'ora nota la causa della malattia. Tuttavia numerosi studi sembrano essere concordi nel confermare l'eziologia multifattoriale del morbo. Inoltre questi stessi agenti possono interagire fra di loro, dando così vita a una specie di potenziamento che si concretizza in un circolo vizioso di disfunzione neuronale, atrofia e morte cellulare. Tra i fattori che influenzano la comparsa del Parkinson, sono compresi: l'invecchiamento, la genetica, l'ambiente, le tossine esogene. Ancora virus, fattori endogeni, danni cellulari, elevate quantità di ferro e apoptosi (processo di morte cellulare programmata). In particolare il principale processo biochimico responsabile delle manifestazioni cliniche è la riduzione della dopamina, un neurotrasmettitore fondamentale per l'esecuzione armonica dei movimenti.

Normalmente i sintomi motori compaiono dopo quelli non motori. Questo perché la neurodegenerazione dei neuroni dopaminergici nigro-striatali, è preceduta da variazioni neuropatologiche extranigrali. I tipici segni non motori comprendono: disfunzione autonomica, disturbi gastrointestinali, neuropsichiatrici e sensoriali (dolore, sindrome delle gambe senza riposo). Numerose poi le manifestazioni motorie: acinesia (difficoltà nell'eseguire movimenti elementari e complessi), bradicinesia (lungo periodo di latenza tra il comando e l'inizio del movimento), rigidità e tremore. Si tratta di un'oscillazione ritmica involontaria di una parte del corpo attorno ad un punto fisso.

Come riporta Ansa.it è stata scoperta una nuova interazione tra i recettori delle cellule nervose. Si aprono così nuove posssibilità per le terapie contro il Parkinson con una conseguente riduzione degli effetti collaterali. La ricerca è nata dalla collaborazione tra il Laboratorio di Neurofarmacologia dell'Irccs 'Neuromed' di Pozzilli, l'Università svedese di Lund, l'INSERM di Montpellier, l'Università Sapienza di Roma e l'UCB Pharma belga. Uno dei principali trattamenti della malattia si basa sull'uso della Levodopa. Tuttavia, con il passare del tempo, questo farmaco provoca crescenti effetti avversi, soprattutto discinesie. Lo studio, concentrando l'attenzione sull'interazione tra due tipi di recettori (quelli per la dopamina D1 e gli mGlu5), ha dimostrato che gli stessi interagiscono fra loro formando un complesso molecolare. La scoperta di questo meccanismo è fondamentale perché fa luce sul problema degli effetti collaterali nella cura del morbo e sulla sua possibile risoluzione.

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