Sarkozy fa il leghista e spiazza i benpensanti

Il presidente francese fa il duro: "Fuori tutti i clandestini". E nessuno lo contesta. Ma in Italia chi si permette di dire le stesse cose è considerato un razzista

Figlio di un aristocratico ungherese naturalizzato francese, di cui porta evidente traccia nel cognome, e nipote di un ebreo sefardita convertito al cristianesimo, in realtà mai troppo sbandierato, Nicolas Sarkozy quando parla di immigrazione sa molto bene cosa dice. Non è solo il primo presidente della République nato dopo la Seconda guerra mondiale, ma anche l’unico con due genitori di origine straniera. In un Paese che conta oltre sei milioni di immigrati e la cui nazionale di calcio è composta per nove undicesimi da giocatori di colore, mentre quella italiana non ha neppure un Balotelli, è un bel passaporto per sdoganare anche la più politicamente scorretta e inflessibile delle posizioni.

Ancora ieri, protagonista di un insolito ma non inedito assolo televisivo sul primo canale di Stato, Sarkozy ha risolto in modo impassibile una scivolosa domanda sul tema dell’immigrazione illegale, sintetizzando il concetto con un’efficace formula di ascendenza leghista: «Clandestini a casa». Aggiungendo, con uguale fermezza - e c’è da dire, una certa spocchia - che la Francia non farà la fine dell’Italia. «Noi siamo gente aperta, pronta all’accoglienza. Ma vogliamo che ci siano diritti e doveri», ha spiegato Monsieur le Président davanti a un popolo che, secondo autorevoli sondaggi, ha scelto come più grandi connazionali di sempre il più autoctono dei galli, Asterix, e un francese di razza berbero-algerina, Zinédine Yazid Zidane. Come dire che mettere tutti d’accordo su questo terreno è un’impresa. Altro che l’impossibilità di governare una nazione con 360 qualità di fromages.

«Accogliere i profughi, respingere i clandestini» è solo l’ultima e più diretta formula che riassume uno dei “principi” - figli del buonsenso e del pragmatismo di cui è dotato il presidente francese - sui quali si basa la «sarkocrazia», una particolare forma della politica ispirata a tre precise promesse elettorali: legge, ordine, sicurezza. Del resto, quattro anni fa, durante la grande fiammata delle banlieue, da ministro dell’Interno Sarkozy non ci pensò due volte a spazzar via le bande giovanili in rivolta, in gran parte formate da figli di immigrati nordafricani, definendole racaille, «feccia». Né esitò a liquidare in quattro e quattr’otto un luogo simbolo dell’emigrazione, il centro profughi della Sangatte, nel Nord della Francia. Né ha mai nascosto una pesante diffidenza verso l’«integrazione» della Turchia in Europa. Né si è tirato indietro quando si trattò, nel giugno scorso a Versailles, di sparare alzo zero contro il burqa, «segno di avvilimento e simbolo si asservimento». Posizione ribadita ancora ieri.

Beau geste. Costretto ad agire da quando è all’Eliseo tra riforme impopolari e gesti populisti, il «leghista» Sarkozy con l’intraprendenza, il decisionismo e la tendenza a strafare che gli è propria, è stato protagonista di un’uscita che a un qualsiasi politico, in Italia, costerebbe l’interdizione dai pubblici uffici. Da noi quando un miliziano del Carroccio s’azzarda in un’affermazione del genere, rischia di far la fine della Giöbia, una strega di pezza che in puro folklore varesotto viene bruciata in piazza. In Francia nessuno ha fatto un plissé. La linea Maroni è decisamente oscurantista. Quella di Sarkozy positivamente illuminista. Che siano identiche, si nota poco. In ossequio all’aforisma di Jean Cocteau secondo il quale «I francesi sono degli italiani di cattivo umore», i concittadini di Nicolas Sarkozy sembrano prendere le misure anti-immigrazione molto più seriamente.

Da noi finisce sempre o in burla o in rissa. Se le Président de la République afferma che accogliere i clandestini è un rischio enorme, «perché gli schiavisti del mondo intero li farebbero sbarcare sulle nostre spiagge: noi dobbiamo rifocillarli, stabilire la provenienza e poi rispedirli a casa», allora affronta in modo deciso e concreto un problema nazionale. Se un esponente del governo italiano lo pensa soltanto, è di diritto uno xenofobo. E dire che, a fronte di uno stillicidio di sbarchi a Lampedusa, loro hanno visto sbarcare 120 curdi in Corsica in un anno... Ieri, intanto, le «sorprendenti» parole di Sarkozy hanno strappato un plauso a Franco Frattini: «Siamo sulla stessa linea: quella che ha consentito all’Italia di fermare il flusso di immigrati clandestini che arrivano sulle nostre coste»; un applauso a Roberto Castelli: «Quando il presidente francese dice che non farà fare alla Francia la fine dell’Italia, dà una lezione a tutti quelli che vanno blaterando sulla destra moderna»; mentre Mario Borghezio si è addirittura spellato le mani: «Sarkozy ha mostrato idee chiare e decisionismo nell’azione di contrasto all’immigrazione clandestina».

A proposito di destra moderna. C’è da chiedersi, alla luce delle recenti boutade di Gianfranco Fini e dei finiani in tema di immigrazione&affini, cosa succederà adesso. Sarkozy non era, e non è, il modello della destra moderna, moderata, riformatrice, liberale da contrapporre alla destra impresentabile e intollerante dei berlusconiani e dei leghisti? Sarkozy non rappresentava, e non rappresenta, tutto ciò che Fini avrebbe voluto essere, e non è? Il rischio, adesso, è che Fini debba cambiare idea. Un’altra volta.

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