Un Saviano sibillino fra oranghi e giornalisti

I pamphlet degli editorialisti e le scimmie ecologiste dominano la scena. Poi l'autore di Gomorra dice: "Non siamo a Cuba ma ti fanno pagare tutto"

Torino - «Scrivere significa resistere, raccontare il proprio Paese, che non vuol dire diffamarlo, ma amarlo. È vero che non siamo a Cuba o sotto Chávez, ma quel che fai te lo fanno pagare». Era la star più attesa del Salone, Roberto Saviano. E nel tardo pomeriggio è apparso, dispensando queste due frasette sibilline nel corso di un incontro con i colleghi-autori del libro di racconti Sei fuori posto (Einaudi), ossia Colaprico, Lucarelli, la Parrella, la Vinci e i Wu Ming. L’appuntamento, che ha richiamato una folla di fan dell’autore di Gomorra (come ai grandi concerti, i biglietti sono stati esauriti nei primi cinque minuti: alle 16 ha aperto il botteghino dei ticket per accedere all’appuntamento e alle 16,05 i 400 posti erano già sold out) aveva come tema «Il ruolo dello scrittore e del lettore nell’Italia contemporanea». Svolgimento (nostro): lo scrittore, se non è una superstar come Saviano, vale e vende molto meno dei giornalisti. E i lettori vanno alle presentazioni di Saviano.

Era la star più attesa, dicevamo, per la cui apparizione si pregava da giorni, e per la quale Ernesto Ferrero, il Gran Cerimoniere della kermesse, come si dice in questi casi, aveva acceso anche un cero propiziatorio. È arrivato, dunque, ma ha rischiato di farsi rubare la scena da un branco di oranghi, per di più «fascisti», e dalla consueta tribù dei giornalisti, transumati come ogni maggio a Torino per monopolizzare presentazioni e incontri togliendo spazi, tempo e visibilità a tutti gli scrittori professionisti, e di riflesso anche allo Scrittore, Roberto Saviano, appunto.

Attendendo il quale, il Salone in tarda mattinata ha vissuto ore grottesche, quando un gruppo di attivisti di Greenpeace travestiti da orango ha «assaltato» lo stand della Feltrinelli al grido di «Il futuro delle foreste e del pianeta è nelle pagine dei vostri libri» e coprendo l’entrata con un telo raffigurante una lapide con su scritto «Qui giace la foresta indonesiana». Al Salone, Greenpeace ha infatti denunciato che la maggior parte dei libri venduti in Italia rappresenta «una minaccia per le preziose foreste di Sumatra e gli ultimi oranghi indonesiani» (motivo non trascurabile, aggiungiamo noi, per evitare di leggere libri, e soprattutto di scriverli).

È anche giusto che i lettori sappiano, però - come racconta al Giornale Salvatore Pisano, responsabile dello stand Feltrinelli e testimone del blitz - non solo che cosa è successo, ma anche come: «Gli attivisti di Greenpeace si sono comportati da fascisti. Tre erano travestiti da orango, cinque-sei avevano le tute dell’associazione, ma molti altri erano vestiti normalmente. Una pura provocazione. Il loro è un pacifismo violento. Hanno detto di stendere un telo davanti all’entrata per sensibilizzare i lettori, in realtà impedendo loro di entrare. Molti erano “fiancheggiatori” in borghese, e infatti quando se ne sono andati, dopo un quarto d’ora circa, lo stand si è svuotato. E perché sono venuti solo da noi, e non sono andati anche da tutti gli altri editori che non usano carta “sostenibile” per stampare i libri?». Già, perché? «Solo perché colpire un editore di sinistra come Feltrinelli garantisce maggior visibilità mediatica: la polemica è garantita. Si è trattato di un’operazione strumentale». E fascista, ci piace ripetere.

Oranghi a caccia di visibilità da una parte, giornalisti in cerca di una platea dall’altra. Paradosso di un mondo, quello culturale, del quale puoi dire di far parte solo se hai scritto più libri di quelli che hai letto, il Salone mai come quest’anno ha avuto come protagonisti assoluti non tanto gli scrittori, quanto i giornalisti. Categorie che, come è noto, non per forza coincidono. A dimostrazione che i quotidiani saranno anche in crisi, ma un editore pronto a stamparti un libro, se sei una «firma», lo trovi sempre. Grandi penne grandi gruppi, piccoli cronisti piccole sigle. È la legge di quella giungla che si chiama editoria.

Solo ieri - per chi legge, ma anche per chi scrive, che è lo stesso, perché al Salone del Libro il tempo si ferma e le giornate sono tutte uguali -, giornalisti grandi e piccoli hanno presentato più libri di quanti ne abbiano presentati i loro «colleghi» scrittori. Con le sale più spaziose a disposizione, maggior pubblico, e - ma chiaramente questa è solo una coincidenza - più pezzi e recensioni uscite sui giornali. Chi l’avrebbe detto?

Chi l’avrebbe detto di vedere, e di sentire, da palchi, palchetti, divani e divanetti sparsi per il Salone così tante penne-parlanti, tutte politicamente orientate peraltro (ma chiaramente questa è solo una coincidenza)? Soltanto nelle ultime 24 ore hanno presentato i loro libri Oliviero Beha, Massimo Fini, Mario Calabresi, Marco Travaglio (applausi). Pierluigi Battista all’ultimo momento ha dato forfait ed è stato sostituito da Mario Baudino (giornalista anche lui), che però il giorno dopo ha presentato anche il suo di libro, insieme a Paolo Di Stefano (anche lui giornalista), Massimo Gramellini, Giampaolo Pansa (insieme a Mario Calabresi, giornalista pure lui), Eugenio Scalfari (molti applausi), Gad Lerner (pochi applausi...). Ezio Mauro, giornalista-politico della Repubblica, non scrivendo libri, ne ha presentati due. Walter Veltroni, politico-giornalista del Pd, avendone scritti diversi, li ha presentati tutti. E gli scrittori indiani ospiti quest’anno? Di solito seguivano tra il pubblico le presentazioni dei giornalisti italiani.

Ma scommettiamo che domani si parlerà soltanto di Saviano?

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