Turandot, capolavoro di Giacomo Puccini, festeggia i cent'anni tondi tondi alla Scala, dove il 25 aprile 1926 debuttò tra storia e leggenda. Dal primo aprile (poi nove repliche) rivedremo l'allestimento di un paio d'anno fa, prodotto dal regista Davide Livermore con la squadra PeronettiGep CuccoD-Wok. Ora sul podio c'è Nicola Luisotti e in scena Anna Pirozzi nel ruolo del titolo, Roberto Alagna (Calaf), Mariangela Sicilia (Liù) e Riccardo Zanellato, in alternanza con Ewa Plonka, Angelo Villari, Selene Zanetti e Adolfo Corrado.
Turandot, incompiuta per la morte del compositore nel 1924, venne tenuta a battesimo da Arturo Toscanini, che alla prima assoluta interruppe la rappresentazione alla morte di Liù, depose la bacchetta e pronunciò le celebri parole: "Qui finisce l'opera perché il Maestro è morto". Il finale poi scritto da Franco Alfano, adottato anche in questa produzione, è il vero campo di gioco della lettura di Livermore. Per il regista, Turandot è "una fiaba meravigliosa" che scava in un "passato profondamente irrisolto, e non può essere un bacio che scioglie il nodo". Turandot è prigioniera di una "eredità familiare pesantissima" e solo attraversandola può trasformarsi. Per questo il finale di Alfano viene valorizzato: Calaf non "vince" Turandot, ma ne comprende il dolore. La morte di Liù diventa il momento chiave che permette a Turandot di liberarsi, è lo snodo che consente al finale di esistere davvero. Liù e Turandot sono le due facce della stessa storia, sacrificio e liberazione. Non più vittima e carnefice, ma un unico arco psicologico. E lo spettatore è chiamato in causa. "Facciamo i conti con le nostre eredità di dolore", dice Livermore.
Visivamente, una grande lente mobile mette in risalto i simboli di un universo sospeso tra sogno e incubo. Torna l'armamentario caro a Livermore: led-wall, proiezioni, una Pechino di architetture tetre che diventa paesaggio mentale. Nessun vuoto, come piace al regista.
Gli interpreti si allineano. Per Anna Pirozzi, Turandot resta "una favola che tira fuori il lato fanciullo che è in noi. Ho dei bambini, racconto molte favole e mi identifico in questa donna, in questa favola bellissima". Roberto Alagna vede Calaf come un uomo che "non ha niente da perdere", sospeso tra amore e potere: meglio rischiare tutto che continuare una vita senza identità. Mariangela Sicilia riporta tutto a terra: Liù "ci impatta con la realtà".
Una Turandot che si
fa percorso interiore: meno Oriente, più inconscio. E un finale che, a distanza di un secolo, smette di essere un problema e diventa una risposta. Per inciso, Alfano scrisse ben due finali, cui si aggiunge quello di Berio.