La scoperta di Israele

Sessant'anni fa Indro Montanelli pubblicava il suo viaggio-reportage sullo Stato ebraico. Fu una svolta che contribuì a cambiare l'immagine del Paese appena nato. Tra gli israeliti italiani c'è chi non l'ha dimenticato

«Ci deve pur essere un segreto che spieghi il miracolo ebraico». Non aveva intenzioni celebrative, Indro Montanelli, quando partì per raccontare il Medio Oriente. Ma senza volerlo, si trovò di fronte a una sorta di prodigio. Umano, umanissimo. Una «meravigliosa avventura umana che mi ha ipnotizzato», disse. Lo chiamò inizialmente «mistero» o «segreto», ma quello che andava via via descrivendo era l'autentico miracolo del nascente Stato israeliano.

Sono passati 60 anni esatti dall'uscita del Reportage su Israele, il libro che raccolse le corrispondenze del grande giornalista toscano. Era il 1960 e dalla proclamazione dello Stato israeliano ne erano trascorsi appena 12, un soffio nella storia. Eppure il suo sguardo - prima scettico, poi ammirato - colse allo stato embrionale motivi destinati a diventare portanti: il pionierismo, lo slancio verso il futuro, il rigore e una peculiare idea di laicità. Molti anni dopo, l'amicizia per Israele ha germogliato in buona parte del mondo politico, ma allora gli amici di Israele erano rari. Montanelli fu fra i primi a gettare questo seme. «Ricordo come lettrice e come giornalista le sue posizioni - osserva Fiona Diwan, direttrice del mensile Bet Magazine e di Mosaico, il portale della Comunità ebraica di Milano -, ricordo il suo entusiasmo per Israele e l'ammirazione per lo spirito pionieristico, per la capacità di applicare scienza e tecnologia per migliorare le condizioni di vita delle persone, in un luogo che era avarissimo. L'immagine del deserto che diventa giardino oggi suona retorica ma allora non era così diffusa. Certamente - prosegue - la matrice liberale-repubblicana e quel tipo di cultura, così nobile, nell'Italia di quegli anni, hanno fatto sì che ci sentissimo meno soli e che Israele fosse meno solo. È stato molto importante».

VOCI NEL DESERTO

Erano gli anni in cui stava per consumarsi quello che il grande rabbino Giuseppe Laras avrebbe chiamato «il tradimento delle sinistre». E le voci laiche pro Israele cominciavano una traversata nel deserto. «La sinistra, quasi tutta, e la Dc, col mondo cattolico, sono stati a lungo contro la causa israeliana - ammette Ugo Volli, professore all'Università di Torino, semiologo, ebreo, con un passato a sinistra -. Dall'altra parte c'erano voci più isolate, penso, appunto, a Montanelli, a Giovanni Spadolini, a Ugo La Malfa. Queste privilegiavano un'idea di democrazia liberale che ora può apparire ovvia, ma allora non lo era affatto».

Lo Stato di Israele era nato nel 1948 con il sì di Usa e Urss. Per ragioni geopolitiche, i sovietici - memori anche del feroce antisemitismo di Stalin - presto trasformarono quel favore in aperta ostilità, e i partiti comunisti europei seguirono come sempre. «La storia è questa - riflette Volli -, dopo Shoah e Nazismo ci fu un'incomprensione del sionismo come movimento di liberazione del popolo ebraico, e di Israele come rottura del colonialismo britannico. Israele nasce in una convergenza di posizioni fra Usa e Urss, che si rompe quando Israele non si mostra obbediente alla sfera di influenza sovietica. Anche il mondo cattolico è sempre stato diffidente, c'erano anche questioni teologiche aperte, fino al Concilio, e la Dc maturò l'idea del ponte col mondo arabo. Però un'esigua parte della cultura laica, possiamo citare Montanelli, Oriana Fallaci e altri, al di là della sua posizione sugli ebrei aveva la percezione di Israele come luogo di cultura occidentale e sapeva che era attaccato solo per questo».

Sessant'anni fa, Montanelli già negava il carattere religioso del nascente Stato degli ebrei. «Essi - avvertiva - appartengono all'Occidente, tutto nel loro Paese, odora d'Europa». «Democrazia laica, lo sono già». Sulla Domenica del Corriere, lo riporta Progetto Dreyfus, raccontò la genesi della sua missione bisettimanale verso quella che chiamava, e innegabilmente era, la «Capitale Gerusalemme». Avrebbe dovuto «studiare» i Paesi arabi. «Ma dopo un paio di giorni - confessava - avevo abbandonato il progetto, anzi me lo ero completamente dimenticato, tutto preso com'ero dall'interesse che in me suscitavano le cose locali». E il suo interesse si rivolse appunto al «mistero», o al «miracolo» di Israele, a cui si avvicinò con la proverbiale franchezza, che in alcuni passaggi oggi appare brutale, ma infine si risolve in autentica ammirazione. Come avranno fatto - si chiedeva - a «convertire all'agricoltura alcune fra le più desolate petraie del mondo. Di dove hanno tirato fuori quegli uomini di Stato e quei generali che li hanno così ben guidati. (...) Ci deve essere una chiave, che decifri questo mistero».

LA SCOPERTA DI UN MIRACOLO

Eccola, la scoperta di Israele, che sopravvive «incuneata in un mondo ostile», ed economicamente inizia a prosperare pur priva di risorse e materie prime. Nessuno avrebbe scommesso sulla riuscita di questa scommessa allora. «E ci siamo grossolanamente sbagliati», ammetteva, perché Israele «in dieci anni ha dato un esempio di vitalità e di capacità organizzativa». Ed eccole, la ragioni del miracolo: «L'ideale del pioniere». Poi i soldati. Israele è «fondato sulla spada», ma le circostanze lo hanno «imposto». L'esercito lo vedeva «giovane, svelto, empirico e senza pance», incarnato nella figura di Moshe Dayan, artefice nel '56 di un «capolavoro» e capace di dirigere le operazioni militari da un piccolo aereo di ricognizione che «guidava da solo tenendolo librato in volo». Incontrò Ben Gurion, che rappresenta la dimensione profetica dei padri di Israele, e incontrò proprio Dayan, ebreo nato in Palestina, generale appena entrato in politica: «Questa è casa nostra - disse -. Ne siamo stati i più antichi abitatori. E abbiamo dimostrato di saperla difendere, quando occorre». Infine, c'è un socialismo che non si impantana nella burocrazia, un «socialismo umanitario di ispirazione tolstoiana», un socialismo «esemplare». «Non siamo uno Stato comunista e non vogliamo affatto diventarlo», precisa Dayan. Ed ecco il kibbutz. L'uomo del kibbutz è il «portabandiera» della nascente cultura israeliana.

LABORATORIO DI UMANITÀ

«Montanelli - spiega Diwan - vede benissimo il tema del kibbutz come laboratorio, esperimento sociale riuscito, e non ha mai cambiato idea. L'estremo sacrificio fisico lo riempiva di stupore, riconosceva il valore di tutto ciò. Sapeva che sono gli uomini a fare i Paesi e cominciò anche a dire che nei Paesi in cui lo sviluppo non decolla occorre interrogarsi sul perché. La sua è stata una voce fuori dal coro anche sul problema palestinese. Ammetteva che i palestinesi erano vittime, ma vittime dei Paesi arabi. Aveva visto lungo, e lo aveva fatto allora, quando il mondo cattolico e comunista si defilarono, intimando «Davide discolpati». L'immagine di un Israele vittorioso per molti era intollerabile: il popolo ebraico deve essere umiliato, perdente e offeso, solo allora possiamo chinarci su di lui. Ecco, lui aveva un'idea opposta. In questo era davvero originale».

La scoperta di Israele sfata subito varie leggende che avrebbero alimentato in seguito la vulgata anti-israeliana. Montanelli, per esempio, usava l'aggettivo «palestinese» nel suo significato proprio: abitante della Palestina, a prescindere da etnia e religione. E raccontò la vera storia dei coloni: «Non occuparono le terre di nessuno. Comprarono, spesso a prezzi esosi, quelle incolte dei latifondisti arabi, ridotti a petraie dalla voracità delle loro capre». Chiarì anche l'uso strumentale dei profughi.

Certe sovrastrutture ideologiche erano ancora di là da venire. Non imperava il politicamente corretto e Montanelli raccontò una verità scarna, con qualche asprezza, propria dei tempi. Però si fece beffe degli stereotipi: in uno scritto osservava per esempio che «tutto è perfettamente organizzato in Israele» e che «l'unica cosa che funziona male sono le banche». Andò dritto al cuore della questione e ci trovò, quasi inaspettatamente, qualcosa che per lui contava: valore umano, visione del futuro. Raccontò dei milioni di alberi piantati, e protetti, riflettendo: «Questa è gente che pianta alberi perché crede nel domani». Ciò che lo colpì sopra ogni cosa? «Gli occhi dei bambini ebrei». «In Israele gli occhi dei bambini ridono, o sorridono, anche quando il volto è curvo e intento sul compito di scuola».

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