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Si moltiplicano le proteste. Ma non innescano riforme e cambiamento

Si moltiplicano le proteste. Ma non innescano riforme e cambiamento
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Benvenuti nell'era della politicizzazione senza politica, dove la protesta divampa improvvisa e violenta ma dura lo spazio di un mattino, insufficiente per creare qualcosa di concreto: un movimento strutturato, il rinnovamento dei partiti, una campagna permanente.

Quest'epoca inizia nel 2008 con Occupy Wall Street. Finisce Occupy e prendono quota le manifestazioni ambientaliste ispirate a Greta Thunberg, poi arrivano Black Lives Matter, i No-Ice, i Pro-Pal, i No Kings e chissà cos'altro. Ultima mobilitazione in Italia: i giovani che vanno in massa a votare per il no al referendum costituzionale. Subito dopo, l'analisi dei flussi elettorali ha dimostrato che il consenso non era in alcun modo il primo segno di un "partito" o di un impegno collettivo da collocarsi a sinistra. Tradotto: il voto referendario non si trasformerà automaticamente in consenso per il campo largo di Elly Schlein.

La protesta politica cresce. I partiti tradizionali perdono elettori. Le teorie si mostrano errate, una dopo l'altra: il marxismo è crollato ma anche il liberismo traballa, crisi dopo crisi. Impensabile descrivere il libero mercato come si è sempre fatto: la concorrenza, l'innovazione, la domanda e l'offerta. Questa descrizione va ripensata, si attanaglia bene al capitalismo famigliare ma è inefficace di fronte a quello digitale delle grandi aggregazioni e della finanza creativa, troppo creativa.

La politica ha abbandonato le grandi questioni pubbliche per ripiegare sulle questioni private. Secondo il sociologo Ulrich Beck, lo spazio pubblico è occupato da "relazioni, genitorialità, sesso". Al massimo si giunge a forme di "empatia attiva espresse nelle proteste contro i maltrattamenti degli animali o nell'impegno per il benessere dei senzatetto, dei richiedenti asilo e dei tossicodipendenti".

Si lotta per i diritti, uno alla volta, senza creare le maggioranze necessarie per l'azione democratica sui temi fondamentali, economia e redistribuzione, per dirne un paio, in chiave cristiana, socialista o liberale.

La analisi più interessante, (e munita di dati a suffragio) è opera di Anton Jäger in Iperpolitica. Politicizzazione senza politica (Nero, 2024 e 2025). L'iperpolitica sarebbe un fenomeno alimentato dai continui litigi online, dove il moralismo spesso ha la meglio. Fondamentali sono i tempi di assimilazione e reazione imposti dalla Rete e dallo smartphone. Le controversie ideologiche sono a misura di social media e provocano tanta animosità e nessun effetto sui processi decisionali che ci governano. Risultato paradossale: si parla sempre di politica, si politicizza tutto, e niente si realizza. Mai. Jäger non è però del tutto pessimista. La politica può essere incapace di produrre innovazione e accontentarsi di risultati effimeri. Però i movimenti di protesta hanno ottenuto almeno qualche risultato nel risvegliare la coscienza collettiva davanti a temi come il razzismo o l'ambientalismo.

Michel Houellebecq è lo scrittore che ha accompagnato la nascita della iperpolitica. Nei suoi romanzi, l'infelicità personale si salda alla crisi della società e sembra giustificare ogni forma di protesta. In Annientare, il suo ultimo romanzo, Houellebecq sembra evocare il movimento dei gilet gialli, sorto pochi mesi dopo l'uscita del libro. Non è un caso che lo scrittore abbia annunciato che non scriverà altra narrativa. Annientare è un piccolo testamento: la società si è spappolata, restano soluzioni individuali come la fede o l'aggregazione momentanea intorno a cause sempre nuove.

Internet ha accelerato e rafforzato l'atomizzazione sociale. Al declino dell'impegno civico corrisponde la diffusione della banda larga (esistono numerosi studi in merito). Entrare e uscire dalle sempre mobili aggregazioni online ha un prezzo d'entrata e d'uscita estremamente basso. Non ci sono leader, al massimo qualche influencer o amministratore. Le regole etiche sono fissate dalle aziende private, e non sono oggetto di contrattazione. Se ci stai bene, altrimenti tanti saluti. Abbandonare un gruppo di Twitter è diverso dall'essere indicato nel proprio quartiere come il crumiro che non ha scioperato. Il consenso si crea attraverso la pubblicità, la propaganda, la creazione del meme giusto, in grado di diffondersi come un virus.

Queste analisi, per altro provenienti da mondi diversi, destra, sinistra, anarchici, sono molto calzanti se dobbiamo spiegare come siamo arrivati fino a qui.

Adesso però assistiamo al ritorno delle guerre: l'attacco russo in Ucraina, le infinite battaglie mediorientali, l'offensiva anti-Iran di Usa e Israele e una serie impressionante di scontri più locali o se volete meno occidentali. Tutto ciò è destinato, probabilmente, a cambiare lo scenario sociale e il modo in cui i cittadini entreranno in relazione con la politica.

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