La sinistra prima circuisce e poi accusa: Chiesa meretrice

L’idea della sinistra, sia quella accigliata sia quella sgallettata, è che alla fine la vera escort di tutta questa storia di gossip è la Chiesa. A lei, alla (poco) Casta Meretrix, il premier Berlusconi paga il fio della sua condotta. Il prezzo è l'ora di religione cattolica. Un patto scellerato, il cui merito - o demerito - sarebbe addirittura di Vittorio Feltri. (Se fosse così, direi: felix culpa). Questa è l’idea che i finti difensori dei vescovi e dei loro quotidiani hanno del Papa e della sua gerarchia: gente che svende la sua anima per comprarsi la coscienza dei ragazzi e lo stipendio dei prof di religione.
Riassumo.
Mercoledì la Santa Sede spiega come vada inteso l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Zenon Grocholewski, un polacco, cardinal prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica (cattolica!) scrive ai presidenti di tutte le Conferenze episcopali del mondo le direttive in materia. Sintesi: si insegni il cattolicesimo, non un frullato di religioni, un’etica slegata dal concreto legame con Cristo e la Chiesa. Si comunichino ai ragazzi le ragioni della fede. Tocca scegliere con cura gli insegnanti che trattano questioni decisive. Non mi dilungo, ne ha scritto ieri Luigi Mascheroni su queste pagine.
Ed ecco. La reazione dei più giovani e dunque meno ipocriti adepti del club di Repubblica, Unità e compagnia internet (Travaglio, Grillo eccetera) è fantastica. Gli studenti della Rete - il cuore della famosa Onda - esprimono senza mascherate il loro pensiero in una paginetta che è una specie di apologia di Nerone, fattosi però più furbo. Essi non sono affatto una brigata di estremisti, anzi. Traducono in slogan per la plebe dei cortei studenteschi affolleranno le piazze e le strade nei prossimi mesi il pensiero polveroso da teologia rococò di Adriano Prosperi, vedi articolo su Repubblica.
Due i punti della sparata progressista. 1) «La nostra posizione è da sempre contraria all’ora di religione, un residuo anacronistico che trova corrispondenti solo nei regimi teocratici». Noi di sinistra non vogliamo l’ora di religione cristiana, tanto meno cattolica. Figuriamoci. Va be’, lo sappiamo, la Chiesa conta in Italia, e occorre avvicinarci a questo obiettivo con gradualismo, mica siamo terroristi e non dobbiamo neanche scoprirci troppo. E allora succhiamone via il nocciolo duro, l’evento della Resurrezione. Ecco l’idea: in attesa di sopprimerla, l’ora di religione cattolica «va riformata aprendola allo studio di altre religioni», la famosa insalata spirituale russa, al suk religioso si vendono orecchini buddisti e piercing protestanti, yoga del Tibet, yogurt del Nepal. Oppure «trasformiamola in un’ora di discussione su temi etici e sociali». E qui abbiamo in mente il libro di testo: Noi di Walter Veltroni.
2) Il governo, attraverso il ministro Mariastella Gelmini, dice di sì alla posizione papale. Perché? Perché adesso Berlusconi deve pagare il danno fatto alla Chiesa, essa sì vera scambista. «L’ora di religione è la partita di scambio del governo per la pace con la Santa Sede», dicono gli studenti democratici. Il citato Prosperi copia l’idea: «Il debitore si impegna a pagare qualunque prezzo». Il prezzo è l’insegnamento del cattolicesimo. Orrore. È così schifoso insegnare cattolicesimo per questa gente? Evidentemente sì. Berlusconi per costoro offre i ragazzi italiani come riparazione dei suoi peccati. Li infila nelle fauci roventi del Moloch Vaticano. Ratzinger e Berlusconi si sono dunque accordati per dare in pasto le ingenue coscienze dei ragazzi, il loro candore imberbe a questa orrenda manipolatrice che è la Chiesa cattolica. Lo fanno instaurando «l’obbligo di inculcare certezze... nell’intelligenza fresca delle menti giovanili» (Prosperi).
Le stesse idee si trovano dappertutto a sinistra. Si pensi a Felice Casson, magistrato e senatore del Partito democratico. Il quale sostiene che l’ora di religione cattolica di fatto discrimina le ore che non ci sono di tutte le altre religioni. Sulla stessa linea il capo del Centro culturale islamico di viale Jenner, il quale vuole sì la teocrazia, ma quella islamica, e intanto è meglio che ai ragazzi si offra un bel minestrone di tutte le religioni.
Che cosa dire?
Feltri ha scritto due giorni fa in prima pagina: «Non sono cattolico». Secondo me si sopravvaluta. Io invece cattolico lo sono, non ci posso fare niente (e mi dispiace per la Chiesa italiana cui rovino la reputazione). Mi sento tenuto per il collo sopra le acque dell’incredulità, senza merito. In questa veste piuttosto sgualcita di battezzato mi rivolgo ai vescovi e alle confraternite varie di monsignori. Mi permetto di dire. Guardate bene che cosa sta accadendo. Avete notato chi sono quelli che invocano la laicità dello Stato per purificare il corpo del popolo dalle «catene oscurantiste» cattoliche? Sono gli stessi, nomi cognomi e indirizzi, che un paio di giorni fa erano stretti vicino a voi in processione innalzando il gonfalone della Chiesa perseguitata da Berlusconi e dal Giornale. Cercano di catturarvi al lazo, omaggiandovi, lustrandovi le mitrie, per fagocitarvi e ridurvi a simpatici rompiscatole autorizzati a ciarlare sì di relativismo culturale eccetera, ma solo ospitati nelle pagine carezzevoli di Repubblica & C. I Prosperi, i Mauro, i Michele Placido (ci mancava pure lui tra i predicatori della morale, il protagonista indimenticabile di Mio Dio come sono caduta in basso con Laura Antonelli) vi autorizzano volentieri, anzi auspicano che voi predichiate dei comandamenti, dell’etica privata e sociale. Anche della fede e di Gesù, perché no. Purché lasciate stare i ragazzi nelle scuole influenzandone le «menti fresche». A rinsecchirle ci pensano loro - Repubblica eccetera - con i bei giornali dati via gratis, coi professori che se ne abbeverano come Vangeli.
Meditate vescovi, e anche fedeli vari. Ma anche infedeli che ci tenete a questa Italia. Il cattolicesimo è una ricchezza per tutti. Non va trasmesso come un caleidoscopio del passato o un catalogo di dottrine, ma come la linfa di un’esperienza che ci ha fatto essere una civiltà capace di voler bene e di resistere ai disastri. Ed è ancora qualcosa di buono, di molto buono, io credo.