La scomparsa di Dario Antiseri ha riacceso i riflettori su una vicenda singolare della storia della filosofia italiana. Dopo aver incontrato il pensiero di Karl Popper, infatti, Antiseri cercò subito di introdurlo in Italia e all'inizio degli anni Settanta si diede da fare per trovare una casa editrice interessata a La società aperta e i suoi nemici (del 1945). Bussò alla porta dei nomi più prestigiosi dell'accademia e contattò gli intellettuali più in vista, senza però trovare ascolto. Alla fine riuscirà a tradurre Popper grazie a un editore di Roma, Armando Armando. Da lì in poi, ovviamente, l'importanza del lavoro dell'epistemologo austriaco sarà sempre più riconosciuta. Quei ripetuti no ci dicono comunque molto su cos'era la cultura italiana e, in fondo, su cos'è ancora oggi. Bisogna tenere presente che, pur con tutti i suoi limiti, gli intellettuali del nostro Paese da tempo hanno preso atto che Firenze e Venezia (ma anche Milano, Roma o Napoli) non sono più il centro del mondo: per questo motivo è disponibile in italiano quasi ogni importante lavoro uscito all'estero. Da noi si traduce tutto, o quasi. Se i francesi continuano a illudersi che il mondo coincida con Parigi e poco più, gli italiani non sono vittima di questo sciovinismo. Eppure quel volume di Popper del 1945 apparve da noi quasi tre decenni dopo.
In verità l'anno prima, nel 1973, un editore schieratissimo a sinistra (Feltrinelli) aveva pubblicato un'altra opera di Popper con forti implicazioni politiche, Miseria dello storicismo: a dimostrazione del fatto che una tale congiura del silenzio poteva durare un trentennio, ma non di più. Eppure Antiseri incontrò tante difficoltà. Ovviamente in quegli anni altre opere popperiane erano già disponibili al lettore italiano. E va ricordato che lo studioso austriaco è stato soprattutto un epistemologo: un filosofo che ha riflettuto sulle condizioni della ricerca scientifica. Riprendendo in modo originale il fallibilismo (l'idea che la nostra conoscenza è sempre imperfetta), la sua filosofia ha introdotto l'idea che una teoria è scientifica se si espone a confutazioni empiriche: se è falsificabile.
Una conseguenza di questa teoria fu la contestazione della psicanalisi, che evocando quella scatola nera che Sigmund Freud chiamò "inconscio" aveva elaborato una visione dell'uomo che non poteva essere contestata dai fatti. Ma un'analoga condanna Popper aveva espresso nei riguardi del marxismo, che si autorappresenta come scientifico, ma poggia su una filosofia della storia incompatibile con qualsiasi scrutinio razionale.
Per lo studioso austriaco una teoria è scientifica soltanto se elabora previsioni precise che possono essere smentite dai fatti; e in origine il marxismo aveva fatto previsioni forti, a partire dalla tesi secondo cui le società economicamente più avanzate avrebbero visto il crollo del capitalismo e la rivoluzione proletaria. Il guaio è che quando le vicende storiche non hanno confermato le previsioni gli studiosi marxisti hanno adattato la teoria, sfuggendo in tal modo a ogni confronto con la realtà.
La critica popperiana era devastante, tanto più che essa puntava il dito anche sull'idea stessa che la storia segua leggi necessarie, che esistano direzioni obbligate del progresso umano e che quindi sia possibile prevedere il futuro. Se da un lato Popper non fu mai un filosofo politico (fu un filosofo della scienza), d'altro lato egli disse parole importanti anche in tale ambito. Come tutta la sua generazione fu travolto da una storia violenta, e quindi fu spinto ad allargare il suo sguardo al di là della fisica e della chimica per indagare le condizioni che rendono credibile e onesta una ricerca in ambito sociale. E se l'idea di pubblicare in Italia La società aperta e i suoi nemici incontrò ostilità le ragioni oggi possono essere facilmente comprese.
Nei primi anni Settanta i partiti marxisti raccoglievano da noi circa il 40% dei voti (più che in qualsiasi altro Paese occidentale), ma il consenso di quelle idee era perfino più ampio tra gli intellettuali. Per giunta, anche tutto un universo che si voleva "democratico" e "illuminista" soffriva di un vero complesso d'inferiorità nei riguardi dei comunisti e mai avrebbe detto una parola di chiarezza sul tema. Quel Norberto Bobbio che non aiutò Antiseri nella pubblicazione di Popper raccoglierà i suoi scritti sul marxismo nel 1997 in un volume intitolato Né con Marx, né contro Marx, che uscirà per i tipi della casa editrice storicamente del Pci (Editori Riuniti). Anche un quarto di secolo dopo il diniego a far tradurre La società aperta e i suoi nemici quelle ambiguità dinanzi al socialismo non erano venute meno.
Oltre a questo perbenismo intellettuale, c'è un altro elemento che ritardò l'uscita del lavoro popperiano. Mentre nella prima parte del libro l'attacco è a Platone, la seconda parte è una feroce condanna a Hegel. Se già le pagine sul filosofo di Treviri impedivano a Popper di essere gradito da una larga parte dei nostri studiosi, il rifiuto di Hegel allargava a dismisura lo spettro delle ostilità.
Va ricordato come in Italia il marxismo non sia quasi mai stato una dottrina coltivata da economisti appassionati dalle analisi sul plusvalore e sulla caduta tendenziale del tasso d'interesse. Fin dal XIX secolo i nostri marxisti sono essenzialmente hegeliani che hanno fatto un altro passo. E d'altra parte quanti marxisti del dopoguerra vennero da Benedetto Croce e Giovanni Gentile? Tantissimi.
Questo non vale soltanto per il Novecento, ma anche per l'Ottocento. In una lettera spedita a Friedrich Engels uno dei maggiori protagonisti del primo marxismo italiano, Antonio Labriola, scrive queste parole: "Forse anzi senza forse io sono diventato comunista per effetto della mia educazione (rigorosamente) hegeliana". E riconosce apertamente come siano stati gli hegeliani Silvio e Bertrando Spaventa ad avere posto le basi per lo sviluppo del pensiero marxista in Italia.
Lo stop a quel Popper "politico" che aveva denunciato Platone,
Hegel e Marx, allora, aveva radici profonde in una tradizione nazionale poco bendisposta nei riguardi del pensiero critico e dell'analisi concettuale, e di conseguenza anche incapace di cogliere i limiti della ragione umana.