Leggi il settimanale
Ultim'ora
Cavi tranciati vicino alla stazione di Bologna, ipotesi sabotaggio
Ultim'ora
Cavi tranciati vicino alla stazione di Bologna, ipotesi sabotaggio

Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, il ritorno silenzioso di un’Italia che sapeva fermarsi

Non nostalgia né celebrazione: Tomba e Compagnoni tornano insieme e riportano alla luce un’Italia degli anni Novanta fatta di comunità, sport condiviso e normalità straordinaria. Un ritorno senza retorica, come un fuoco acceso nella neve

Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, il ritorno silenzioso di un’Italia che sapeva fermarsi
00:00 00:00

Alberto e Deborah sono tornati e un po’ in questi anni li abbiamo visti sbiadire, laterali, come un ricordo dai contorni imprecisi. Deborah e Alberto sono la vita prima dell’Euro, Sanremo che si ferma, la favola di una ragazza di montagna, la vita agra ma reale, il passo lento del primo virtuale. Ora sono la neve che accende il fuoco. Li vedi arrivare e ti accorgi che non è nostalgia, non è neanche celebrazione. È proprio un ritorno. Come quando rivedi qualcuno che pensavi appartenesse a un’altra stagione della tua vita e invece è ancora lì, intero, presente.

Alberto ha quella faccia da Alberto, la stessa di allora: un po’ chiusa, un po’ ironica, come se stesse per dire una cosa e poi decidesse di non farlo. Deborah sorride con la misura che ha sempre avuto, senza mai esagerare, senza mai prendersi più spazio del necessario. E forse è questo che colpisce: non stanno recitando. Non stanno facendo i monumenti di se stessi.

Sono due persone che hanno attraversato un tempo enorme e adesso lo guardano da un bordo. Siamo lì, li guardiamo, e ci passa davanti una specie di Italia che non c’è più. Quella che si fermava davvero per una manche di gigante, quella che si ricordava i nomi, le piste, le rivalità. Non era solo sport, era un appuntamento. Era una forma di comunità.

Alberto dice una battuta, una di quelle sue mezze frasi che fanno ridere perché sembrano buttate lì, e il pubblico risponde subito, come se non avesse mai smesso. Deborah lo ascolta, lo guarda di lato, come si guarda un compagno di viaggio con cui hai condiviso qualcosa che non si spiega troppo.

Raccontano oggetti, simboli, pezzi di passato. Ma senza farne una teca. Non c’è quella retorica un po’ stanca del “bei tempi”. C’è piuttosto la sensazione che certi momenti non finiscano, restino appesi da qualche parte. Tomba dice che se Deborah lo chiamava potevano sciare ancora qualche anno. Lo dice ridendo, ma dentro c’è una verità semplice: che quel tempo è stato così pieno da sembrare ancora vicino.

Deborah invece è diversa. Deborah è sempre stata diversa. Non ha mai avuto bisogno di essere “la bomba”. Lei era la linea, la precisione, la fatica che non fa scena. Una ragazza di montagna che è diventata la più grande senza cambiare tono. Quando la guardi adesso ti viene in mente che la sua grandezza era tutta lì: nella normalità con cui faceva una cosa impossibile. Gli anni Novanta sono stati irripetibili, certo. Ma non perché fossero magici. Perché c’erano persone così: Ghedina, Kostner, loro due. E sembrava naturale. Come se l’Italia potesse essere anche questo, ogni tanto.

Adesso il futuro si chiama Milano Cortina 2026 e loro saranno ambasciatori. Ma ieri, più che ambasciatori, erano testimoni. Di un’epoca e di un modo di vivere lo sport che oggi sembra lontano.

Li vedi insieme e capisci che certe storie non sono finite. Sono solo diventate più silenziose. E forse avevamo bisogno proprio di questo: rivederli, senza effetti speciali, senza retorica, solo con la loro presenza. Come un fuoco acceso nella neve.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica