Ho rivisto in questi giorni un quadro che a me piace molto. Si tratta di Atto di fede del pittore belga René Magritte, dipinto nel 1960. Vorrei riuscire a farvelo immaginare descrivendovelo in questo articolo, ma forse vi conviene cercarlo in Google se proprio volete capire come è. Provo almeno a condividerne il messaggio. Una porta laccata di bianco su un muro rosato fa da protagonista, occupando in verticale tutto lo spazio pittorico. Al centro ha uno squarcio da cui si vede un cielo turchino, limpido, sgombro, abitato solo da uno spicchio di luna crescente. La porta è elegante, con profili ai lati e nei riquadri. Anche lo spazio è signorile, come fa intuire il parquet pregiato del pavimento accennato sul fondo. Due dettagli si impongono: la maniglia è chiusa, posta all'insù, e la serratura è integra. Il varco non è sfondato, ma è tagliato senza sbavature. Vi sono solo alcune rientranze irregolari. Fuori non c'è un salto nel vuoto, ma un balcone che protegge permettendo di guardare il cielo e avere poi la forza di scendere nel quotidiano. Lo stesso autore, Magritte, quasi trent'anni prima (nel 1933) aveva dipinto La risposta imprevista. Il soggetto è esattamente lo stesso, ma ci sono alcune prospettive completamente opposte. La porta è color legno, ordinaria, su una parete mattone. L'ambiente si rivela più comune, come suggeriscono le pianelle del pavimento. Anche questa porta ha uno squarcio, tagliato in modo meno spigoloso, ma questa volta non c'è un cielo da guardare ma apre un passaggio in un'altra stanza buia senza via di uscita. C'è un
dettaglio ulteriore molto significativo per me. Non c'è la serratura e la maniglia è a pomolo, di quelle facili ad aprirsi. La mia prima impressione è che l'autore voglia suggerire che senza prospettive e senza interiorità, senza un orizzonte che fa guardare alto e lontano e come il cielo, tutto si impoverisce e inqualunquisce. È da poco passata la Pasqua e il Confessionale è tornato nella sua calma piatta. Guardo le due porte di legno che lo chiudono (quella del penitente e quella del sacerdote) e quasi quasi mi viene la folle idea di ricoprirle con questi due dipinti, non per segnare la differenza tra clero e laicato, anche perché credo che sarei alquanto indeciso rispetto a quale delle due categorie sarebbe da attribuire l'immagine della asfittica chiusura di visuale. Ci ritrovo invece l'esperienza fatta nell'incontro con molte persone avuto per la Pasqua. Ho confessato tanto, anche giovani. Se il dialogo con le persone mature è più condizionato dallo schema a lista dei peccati, quello con le nuove generazioni è caratterizzato invece da riflessioni, constatazioni, confronti, domande reciproche. In ambedue i casi, quello che mi viene è la convinzione che la fede sia una chiave che apre tutte le porte. Senza l'interiorità, la profondità della coscienza, la spiritualità, la ricerca di senso il rischio è quello di far diventare se stessi una porta che si fa aprire da tutte le chiavi. Una chiave che apre tutte le porte è eccezionale. Una porta che si fa aprire da tutte le chiavi è inconsistente. La fede non è sventolare certezze come martelli che abbattono ogni ostacolo e distruggono ogni avversità.
La fede non è avere risposte pronte che ammaliano e danno soluzioni dentro vicende sempre più conflittuali. La fede non è trovare cesoie che spezzano i lucchetti delle paure, degli scoraggiamenti, delle insoddisfazioni. La fede è solo una piccola chiave in tasca. Non si nota tanto. Spesso la si dimentica nel mazzo. E, per la legge di Murphy, quando ti serve non la trovi e quella giusta è sempre l'ultima. Comunque una chiave serve a oltrepassare. È il verbo che sintetizza i Vangeli della resurrezione di Gesù che è stata celebrata in questi giorni. Gesù oltrepassa la porta chiusa, come ha oltrepassato la morte, come ha oltrepassato il pietrone del sepolcro. L'oltre-passare della resurrezione è «passare-oltre», è passare-oltre le oscurità degli sbagli e dei torti, è passare-oltre le barriere di tensioni e incomprensioni, è passare-oltre i catenacci dei pregiudizi e delle ottusità. Oltrepassare è passare oltre lo scontato per cercare altro, guardando alto e lontano. Però di Gesù i Vangeli specificano che «entra a porte chiuse». E le lascia chiuse.
Non sfonda come un supereroe, non citofona come un venditore abile ad incantare, non insiste sui sentimenti e sui sensi di colpa. La porta della coscienza si può aprire solo dall'interno. Sta a noi cercare la chiave nel mazzo e usarla cominciando dalle serrature della vita che si aprono solo da dentro.