Cosa vuole?! Siamo uomini!». Quando in Confessionale mi sento dire così mi viene da rispondere: «Io non voglio proprio niente!
Certamente se non fossimo uomini, ma fossimo divinità non avremmo bisogno di confessarci!».
Questo pensiero ha però una seconda sfaccettatura come mostrano i fatti di cronaca: accoltellamenti tra ragazzi, sparatorie tra cittadini e forze dell’ordine, femminicidi, genitori suicidi per la vergogna, giovani bruciati da disastri evitabili, bombardamenti che annientano civili e civiltà, guerre non guerreggiate che fanno morire di stenti e di freddo. Nel piccolo, nella realtà più normale e quotidiana, lo stesso vortice negativo si manifesta in un tasso elevatissimo di irosità, di impazienza, di intolleranza, di nevrosi. Mi chiedo allora: ma siamo uomini o bestie?
Ho provato a cercare in natura cosa distingue gli uomini dagli animali. Parlare? No, anche gli animali comunicano in qualche modo. Scrivere? No, perché anche gli animali segnano il territorio. Il calcolo matematico? No, basta pensare alla precisione della struttura e alla gestione di ruoli in un alveare. La creazione di città? No, un formicaio è organizzato molto meglio per organizzazione degli spazi, delle vie di comunicazione e per l’ordine pubblico. I viaggi? No, i nostri spostamenti sono un nulla in confronto alle migrazioni. La fedeltà? No, quante volte ci battono il semplice scodinzolare del cane o le fusa di un gatto. Il piangere o il ridere? No, se si pensa alle lacrime del coccodrillo o alle iene ridens o comunque alla sofferenza di diverse specie. Cosa è allora che distingue gli uomini dagli animali? Secondo me è l’arrossire. Solo gli umani diventano rossi quando qualcosa si agita nel profondo per «emozione».
Letteralmente è il sangue (emo) che si smuove (azione), nel bello, nella passione, nella gioia, nella rabbia, nella vergogna o nella delusione.
L’emozione si traduce in due gesti che sono solo dell’uomo: cucinare e curare. Gli animali cacciano e nutrono ma non elaborano il cibo, le bestie mettono in salvo ma non medicano. Se nel rossore dell’emozione, nel cucinare e nel curare, siamo diversi dagli animali vuol dire che in ogni dimensione di premura «siamo a immagine e somiglianza con Dio». Per sfidare questa tendenza alla bestialità, come non ricordare il testo di una canzone di Marco Mengoni: «Credo negli esseri umani. Credo negli esseri umani che hanno coraggio, credo negli esseri umani che hanno il coraggio di essere umani. Oggi la gente ti giudica per quale immagine hai: vede soltanto le maschere, non sa nemmeno chi sei. Devi mostrarti invincibile, collezionare trofei, ma quando piangi in silenzio scopri davvero chi sei. Prendi la mano e rialzati, tu puoi fidarti di me! Ma che splendore che sei nella tua fragilità e ti ricordo che non siamo soli a combattere questa realtà. L’amore ha vinto, vince e vincerà». Come può riuscirci? Bisogna inventarsi qualcosa! Qualcuno ci ha già provato, ad esempio Dante che nella Divina Commedia inventa delle parole nuove. La prima è INTUARSI: «S’io m’intuassi, come tu t’inmii». Tu in me e io in te. Significa entrarsi reciprocamente nel cuore e nella mente. Non è annullarsi. Non è solo mettersi nei panni dell’altro: è indossare la sua pelle, è una fusione di anime. La seconda è INFORSARSI. Abitare i forse, accogliere reciprocamente fatica, fallimenti, incertezze non è solo uno sforzo per capirsi e accettarsi, ma è considerare le fragilità come occasione per maturare, supportandosi e sopportandosi. La terza è INSEMPRARSI, stare dentro il sempre. In un’epoca di analfabetismo emotivo, di connessioni senza relazioni, di sensazioni mordi e fuggi, il «per sempre» fa paura, ma è rivoluzionario con la logica del comunque e del nonostante tutto. C’è infine una quarta parola plasmata da Dante: è «TU MI IMPARADISI». Forse è più forte di un «ti amo». Non significa semplicemente «mi rendi felice», ma è il «mi fai stare da Dio», mi fai stare come mi fa stare Dio, mi fai stare come se fossi con Dio. Non significa che tutto sia bello e vada bene, ma che in ogni cosa anche opaca si può trovare un senso, che in ogni difficoltà si può trovare la forza per affrontarla, che in ogni dolore si può trovare un sostegno, che in ogni fallimento si può trovare un nuovo inizio, che in ogni errore si può trovare una lezione.