Sofisticato, spavaldo, dandy Ritratto di Giovanni Gastel

Colto, talentuoso, nipote di Luchino Visconti, iniziò con la moda. Finì con fare arte

A parlarmi, nella notte scorsa, delle gravissime condizioni di Giovanni Gastel è stato il comune amico Lamberto Fabbri di Faenza, annunciandomi che gli avrebbero staccato l'ossigeno e che per salvarlo sarebbe occorso chiedere al cielo un miracolo. Mi diceva che lo legavano a Giovanni tante cose, tante idealità comuni, analoghi riti familiari.

Poi, ieri, alle 12,50, mia sorella, molto malinconica, mi ha comunicato i necrologi del triste giorno: Raoul Casadei, Jean Claude Fasquelle, Giovanni Gastel.

Così ho pensato di scrivere di un amico perduto, in una situazione, singolare, di sospensione. La notizia della morte di Giovanni non è stata confermata per alcune ore (alle 17,25 dall'Ansa era ancora dato in gravissime condizioni), e io ho tardato a scriverne perché aspettavo la smentita di una voce e l'affermazione del miracolo. Non c'è stato, nonostante, nella sua tenerezza, Lamberto mi ricordasse un leggendario miracolo di Padre Pio che avrebbe salvato la vita a Giovanni cinquenne. E invece è partito, più giovane di me, convincendomi che questo maledetto male è qualcosa di insidioso e misterioso, e non si può liquidarlo pensando di sfuggirgli per resistenza o per spavalderia. Non basta.

Bello e spavaldo era Giovanni, pronto a sfidare la vita, nello spirito di un dandy. Io l'ho conosciuto ragazzo, nel 1981, agli inizi della sua attività di fotografo di moda. Univa intelligenza e dolcezza, e una parte di sé l'ha rivelata qualche anno fa nella sua autobiografia Un eterno istante, (titolo da fotografo, pensando all'«attimo decisivo» di Henri Cartier-Bresson), orgoglioso nipote di Luchino Visconti. Aveva piena consapevolezza prima dei doveri che dei privilegi di un aristocratico: «Nonno Giuseppe ci diceva voi dovete vivere in modo che il mondo vi perdoni di essere nati ricchi, e l'educazione aristocratica all'antica fa sì che tu non possa mai dire lei non sa chi sono io. Così ho fatto per anni servizi ai matrimoni, duplicati e fototessere accettando quel che la vita dà e costruendo sui valori. Lo humour mi ha aiutato: la mamma diceva che se uno ce l'ha è più difficile che sia proprio un cretino».

Il racconto degli anni della sua formazione è rivelatore. «Appartengo a una generazione dove non si poteva non leggere. A sedici anni, mia madre mi regalò una cassa con tutti i romanzi di Flaubert. Ero perplesso e neanche troppo contento. A lei non interessava tanto che andassi bene a scuola, quel che era importante era respirare cultura in casa. Un atteggiamento tipico di casa Visconti, mio padre Giuseppe era invece un solido industriale con principi borghesi molto fermi. Quando chiesi di frequentare il liceo artistico alzò le spalle e fece un commento sprezzante. Allora non si discuteva. Dovetti intraprendere il classico con risultati deludenti. Feci il giro delle sette chiese per poi finire al Dante Alighieri. Ricordo il preside: Noi non facciamo favoritismi: abbiamo bocciato anche suo Zio Luchino. A quel punto son sbottato: Complimenti! Avete avuto occhio...».

L'intelligenza, l'arguzia, il divertimento rendevano Giovanni tra gli amati fratelli di Anna, il più romantico, il più poeta e, per me che li frequentavo, il più affine. Di anno in anno il suo nome e il suo credito sono cresciuti. E così, da amico diventato Assessore alla Cultura a Milano, volli la sua mostra, decisa in un'ora, a Palazzo Reale.

Fu il momento della sua consacrazione. La sua qualità era far sentire uniche le donne bellissime, giudicate senz'anima, del mondo della moda. Una delle predilette, fra le ultime, Melania Dalla Costa, rivela questo stato di incantamento trasmesso da Giovanni: «Giovanni Gastel dice sempre di avermi scelta perché ho dei tratti che gli ricordano quelli di Claudia Cardinale e di quelle attrici lì. A volte io mi sento come se non appartenessi a questa epoca, preferisco non uscire la sera e magari ascoltare musica classica o studiare. È un po' la mia dimensione, estraniata dalla nostra società».

Una condizione reale? Uno stato di ipnosi? Resta che Giovanni, circondato da invidiabili bellezze, le ha denudate, lasciandole vestite; ha fotografato, con una concentrazione assoluta, prima la loro anima che il loro corpo, ha inseguito essenze segrete, inquietudini, turbamenti. «Tu guardi il mio silenzio e mi ferisci» scrive Gastel, e incrocia lo sguardo con Monica Bellucci, Naomi Campbell, Linda Evangelista, vicine e distanti, sottratte alla quotidianità dal bianco e nero che le proietta in un tempo indefinito, ben oltre la moda, ben oltre l'identità. Le modelle sono divine. Ed egli osserva: «non credo che l'esistenza sia una prerogativa importante del divino, è una necessità». Valerio Terzetti ha accolto questa interiorizzazione di valori che, nella moda, sembrerebbero fermarsi alla superficie: «Il termine eleganza per Gastel sconfina dai canoni estetici a quelli etici; è attitudine e cifra stilistica, ma soprattutto codice di ordine morale, rigore e disciplina creativa».

Occorreva conoscerlo per capirlo, e la sua bella figura astata, con le giacche attillate, il volto magro e allungato, con la barba e il pizzo di un giovane moschettiere, mago della notte con i tratti che ricordano l'ultimo romantico, Arturo Benedetti Michelangeli. Elegante. Gentile.

Lui ne era perfettamente consapevole, intendendolo come un istinto, non come una scelta: «Non ce l'avevo con il mondo. Era un mio limite. Non mi restava che scendere in una cantina e reinventarmi un piccolo universo di cui avrei capito le regole perché le dettavo io. Così ho adottato la parola eleganza e al mondo della moda l'idea è piaciuta. Spiegavo che il mio non era un concetto estetico, ma etico. Davanti a una platea di milanesoni mi chiesero: cosa intende quando dice che l'eleganza è un valore morale e non estetico? Un gentiluomo, per esempio, non può non pagare le tasse. Silenzio in sala. Sono grato alla moda perché ha finanziato il mio universo, ma se mi chiede se ne faccio parte rispondo no. È come il Monopoli: viene stritolato chi si convince che il gioco è la vita; quando ti chiudono la scatola sei morto. Se credi a chi ti dice che sei un genio sei fregato, perché il genio del mercoledì è un cretino il venerdì».

Penso a suo nipote, Guido Taroni, quasi mio figlio, anche lui fotografo, sofisticato, pieno di grazia, penso a quanto soffre oggi, avendo perduto il suo riferimento, la sua guida, testimone di un gusto che era l'essenza della sua famiglia, fino a diventare il suo spirito: «Sono un po' ossessionato dalla gentilezza. Se mai avrò dei figli mi piacerebbe trasmettere loro la stessa educazione che ho ricevuto io; sento che in me ha prodotto effetti tangibili». Giovanni vive in lui.

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