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Solo gli ingrati mangiano carne di cavallo

So che qualcuno protesta contro una legge sacrosanta in nome della tradizione culinaria. Argomento debole. Un tempo la tradizione ammetteva anche lo schiavismo

Solo gli ingrati mangiano carne di cavallo
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Finalmente una legge sensata. Vietare la macellazione di cavalli e asini e la vendita delle loro carni non è un capriccio animalista: è un atto di riconoscenza civile. Senza cavalli, diciamolo senza ipocrisia, saremmo probabilmente ancora abitanti delle caverne. Hanno trainato aratri, eserciti, carrozze, civiltà intere. Hanno accompagnato l'uomo quando l'uomo non aveva altro che le gambe e la paura. Mangiarli non è una tradizione: è una smemoratezza.

Io i cavalli li conosco. Non per sentito dire, non per posa sentimentale. Da ragazzo passavo lunghe estati in Molise, lungo il Biferno, ospite di uno zio bergamasco che lavorava come perito agrario in una grande azienda agricola. Erano gli anni Cinquanta, le automobili in campagna erano una rarità e ci si muoveva con un calesse trainato da due cavalli. Avevo dodici anni, adoravo la vita rurale, così diversa da quella cittadina; ma soprattutto ero felice di stare con gli animali. Con i cavalli avevo un feeling speciale. Ogni sera li portavo a bere a un fontanile lontano dalla stalla, appena fuori dal paese. Al ritorno montavo a pelo uno di loro e galoppavo fino a casa con la sola capezza. Non era sport, era confidenza.

Quella confidenza non mi ha mai abbandonato. Da adulto, quando me lo sono potuto permettere, ho comprato un cavallo. Si chiamava Miguel. Giovane, intelligente in modo quasi imbarazzante. Lo tenevo in cascina e per non lasciarlo solo presi anche una cavallina. Lavoravo al Corriere d'Informazione e rientravo presto: ogni giorno lo sellavo e uscivamo per lunghe passeggiate. Un pomeriggio di novembre entrammo in una piantagione di mais e scese una nebbia fitta, spaventosa. Persi completamente l'orientamento. A quel punto feci l'unica cosa sensata: mollai le redini e mi affidai a lui. Miguel trovò la strada di casa senza esitazioni. Arrivammo sani e salvi. Questo sono i cavalli: forza, intelligenza, fedeltà. Non bistecche.

Ho avuto due, tre cavalli per volta, talvolta di più. Alcuni sono invecchiati con me. Ho praticato equitazione, trotto, anche qualche concorso da gentleman driver. Le corse mi hanno appassionato: lì capisci quanto conti la strategia, quanto sia decisivo il rapporto uomoanimale. Ho vissuto l'epoca di Varenne, cavallo irripetibile; potevo persino comprarlo, ma lasciai perdere per una delle più grandi sciocchezze della mia vita. Succede.

Da anni non monto più. Lo spirito di conservazione ha battuto la passione. Ma non ho smesso di combattere una battaglia che considero di civiltà: basta fruste negli ippodromi. Le ho sempre trovate una barbarie. Figuriamoci la macellazione.

So che qualcuno protesta contro una legge sacrosanta in nome della tradizione culinaria. Argomento debole. Un tempo la tradizione ammetteva anche lo schiavismo. Non mi pare un buon motivo per rimpiangerlo. Le tradizioni si giudicano, non si venerano. E quando sono barbarie, vanno archiviate.

Questa legge non è contro qualcuno: è a favore di qualcosa. Del rispetto. Della memoria. Della civiltà.

I cavalli non sono animali qualunque. Hanno un'anima, nell'unico senso serio del termine: sono capaci di relazione, di fiducia, perfino di affetto. Vogliono bene. E noi, almeno una volta, dovremmo dimostrare di meritarcelo.

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