"Achille e Odisseo". Eroi così fragili da diventare immortali

Matteo Nucci racconta le vite parallele dei due guerrieri omerici, la cui eredità è ancora fra noi

Achille e Odisseo (Einaudi, pagg. 224, euro 16), il nuovo saggio di Matteo Nucci, prende a pretesto due modelli classici di opposta umanità, la vita presa di petto, la vita giocata come una partita a scacchi, per parlarci del nostro tempo. Nucci è un cinquantenne di buone letture e solida cultura, con interessi che spaziano dal mondo greco alla tauromachia e incursioni nella narrativa: è stato due volte finalista allo Strega, a un decennio di distanza l'una dall'altra, sapendo benissimo, come diceva quell'allenatore di calcio, Zeman, mi pare, che «il risultato è casuale, la prestazione no». Si gareggia per provare sé stessi, non per vincere.

Achille e Odisseo, e gli altri libri di Nucci dello stesso tenore, Le lacrime degli eroi, L'abisso di Eros, suscitano in me quel sentimento particolare che si ha quando in una tavolata di amici ciascuno suona il proprio strumento, ma la musica che ne scaturisce è unica e armonica, non ci sono né stecche né dissonanze. Fuor di metafora, è un qualcosa che ha a che fare con il fastidio della e per la modernità e con la consapevolezza di essere gli eredi, o forse i superstiti, di una visione del mondo le cui radici affondano in quella civiltà che comunemente si suole definire greco-latina. È però un'eredità che non ha nulla di scolastico, tantomeno di erudito, ma è un tutt'uno con il sentimento tragico della vita: tragico perché si vive sapendo di morire, sentimentale perché ci si ostina a vivere illudendosi. Ciò spiega altresì l'amore per il passato, che altro non è se non l'amore per la vita, come diceva Marguerite Yourcenar: «Il presente è un momento sempre corto, anche quando la sua pienezza lo fa sembrare eterno. Quando si ama la vita, si ama il passato perché è il presente così com'è sopravvissuto nella memoria umana».

Si prenda un capitolo del libro di Nucci che ha per titolo «Onore e gloria degli effimeri». I poeti greci, spiega, «chiamarono effimeri quegli esseri condannati a vivere un giorno soltanto. Sapevano bene, conoscendo a menadito Omero, che proprio la finitezza della vita umana la rende sacra e superiore alla vita immortale. Scelte non replicabili, decisioni da prendere ogni giorno. Solo quando abbiamo chiara la nostra natura effimera e finita possiamo ambire all'onore e alla gloria. Onore e gloria infatti non avranno più a che fare con il risultato ma solo con la nostra azione, la nostra decisione, a prescindere dal suo successo». È ancora Nucci a riassumere il tutto con quel geniale aforisma spagnolo che recita: «Solo ciò che è effimero è eterno».

Costruito su una dicotomia dove all'attimo si contrappone l'attesa, Achille e Odisseo la sforza fino a considerare il tempo libero vissuto dal primo degli eroi che danno il titolo al libro come una costante del pensiero mediterraneo, «vivere il più intensamente possibile il nostro presente e cercare il piacere e la felicità del piacere», mentre quello esercitato dal secondo rientra in una «dimensione efficiente e vincente, nordeuropea e anglosassone, protestante e capitalista in cui il tempo serve a realizzare le proprie ambizioni di successo nella vita sociale a partire dal lavoro, a vincere l'avversario, conquistare denaro e dunque assicurarsi la felicità nell'al di là, il Paradiso dei giusti».

Non sono sicuro che le cose stiano proprio in questo modo e mi sembra che qui il vizio della filosofia, della teorizzazione astratta, il Platone tanto caro a Nucci, gli prenda un po' la mano, caricando sulle spalle dei suoi due protagonisti pesi speculativi che non sono loro propri. L'Iliade, come l'Odissea, sono poemi dove gli interrogativi sul senso della vita sono assenti, nel senso che la vita la si vive e la si accetta per quella che è, la si maledice magari, o la si rimpiange, ma non la si complica quanto a fini ultimi. Se si vuole, c'è più volontà di potenza «protestante e capitalista» nella hybris truculenta di Agamennone che nelle peregrinazioni marine di Odisseo, il cui desiderio, umanissimo, è quello di tornare a casa.

Sotto questo aspetto, i due poemi omerici si integrano meglio con la romanità che con la successiva fioritura filosofica greca, restano più ancorati alla realtà terrena rispetto alla metafisica che ne prenderà il posto. Vale anche per essi insomma ciò che Montherlant scriveva dei suoi cari romani: «I Romani hanno dispiegato con la loro vita un largo ventaglio che va dall'arte di godere all'arte di morire; al centro, tra le due, il coraggio, la gravità, l'infamia e la tristezza. Per questo la loro storia è un microcosmo di tutta la Storia. Chi conosce bene la storia romana, non ha bisogno di conoscere la storia del mondo; tutto quello che è opus romanum è opus humanum, tutta l'opera romana è opera umana».

Achille e Odisseo è pieno di notazioni interessanti, sulla mortalità, per esempio, di cui abbiamo già accennato, ma su cui vale la pena tornare: «La decisione umana è una sola. Il giorno che passa non torna più. L'azione dell'uomo è sacra. Quella del dio - replicabile all'infinito - perde invece tutto il suo valore. La breve vita umana, dunque, è divina. L'infinita vita degli dèi rende invece ogni loro azione prosaica». Sul «mare dei due eroi», l'idea di un Odisseo «navigatore», di un Achille «nuotatore», «l'intelligenza liquida del primo», capace di adeguarsi agli eventi, il lasciarsi cullare dalle onde del secondo «per vivere l'attimo e abbandonarsi a un infinito presente». Molto bello è anche l'accenno a Elena, Elena di Sparta, sempre e comunque, quando nel banchetto in onore di Telemaco ordina alle sue ancelle di versare un goccio di «nepente» per lenire il dolore che nasce dal ricordo: «Perdersi nel passato è facile. Ma senza passato la vita non ha senso perché non ha senso ciò che viviamo oggi e non ha senso ciò che pensiamo di vivere domani. Questo a noi donne è chiaro». Sarebbe interessante se Nucci approfondisse in un altro libro la figura appunto di Elena, intorno alla quale nell'Iliade e nell'Odissea, e spero di non sbagliarmi nel ricordo, spira un'aura di tragico e di divino, il mistero e il potere che attiene alla bellezza...

Eroi fragili, dice verso la fine del libro Nucci riferendosi ai suoi protagonisti: «Entrambi sanno di essere sconfitti in partenza. Sconfitti alla nascita. Sanno anche che agli uomini si addice la sconfitta. Non la vittoria». È nel loro nome che ha senso combattere per una causa persa, per cose che non ne valgono la pena.

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