Ambrogio Spinola: un Napoleone barocco che con strategia italica salvò l'onore di Spagna

Un saggio racconta il grande generale maestro dell'assedio che in patria è quasi dimenticato

Lo hanno paragonato ad Annibale, Alessandro, Cesare, Ottaviano. E non a torto perché con il suo incredibile talento per gli assedi ha rinviato, e di molto, l'inevitabile declino dell'Impero spagnolo. Lo storico Filippo Maria Casoni (1662-1723) lo ha definito - nella biografia Vita del marchese Ambrogio Spinola l'espugnator delle piazze - superiore ad alcuni dei succitati «nella fortezza delle città espugnate, ad altri nelle difficoltà dei luoghi ove portò la guerra; ad altri per il valore e per l'ostinazione dei nemici superati; ad altri per la mansuetudine e la clemenza mostrata coi vinti... alla maggior parte per la provvidenza e il consiglio». Certo, Casoni si può considerare di parte essendo genovese come era Ambrogio Spinola. Ma non è certo un caso se il pittore di corte che più ha rappresentato i fasti ultimi di una monarchia che poggiava sui tercios e sull'argento, Diego Velázquez, lo pone al centro della grande tela che rappresenta la Resa di Breda (1624). Con piglio fortemente realistico, Velázquez aveva conosciuto personalmente lo Spinola durante un viaggio in Italia, mostra un grande di Spagna - che fu sgradito ad altri grandi di Spagna in quanto italiano - che nella vittoria si piega magnanimo verso il vinto. Nel quadro non c'è nulla della violenza dei mesi di scontro attorno alla città. Eppure si percepisce la stanchezza, non solo dei vinti. Il dipinto realizzato per la decorazione della cosiddetta Sala dei Regni avrebbe dovuto mostrare, secondo la volontà del Conte-Duca di Olivares, una grandeur che già era offuscata. All'epoca del dipinto (realizzato tra il 1634 e il 1635») lo Spinola, il «Diavolo volante» come lo chiamavano gli olandesi, era già morto dopo aver sacrificato gran parte del suo patrimonio alla causa di Madrid, le vittorie iniziavano ad essere ormai un ricordo.

Detto tutto questo, e considerata la sequela di piazzeforti imprendibili - Ostenda Oldenzaal, Groenlo, Lingen, Rheinberg, ovviamente Breda - aperte come scatolette di tonno da questo genovese che non pareva destinato alla carriera delle armi, viene da chiedersi come mai di questa sorta di Napoleone del Seicento in Italia si parli così poco. Viene a coprire in parte questo vuoto il libro appena pubblicato da Italia Storica: Ambrogio Spinola. Il vincitore dell'assedio di Breda a firma di Carmen Munoz Roca-Tallada (pagg. 156, euro 19, con una prefazione di Gabriele Campagnano e un notevole approfondimento storico-militare curato da Vittorio Mariani e Varo Varanini). Quella della Munoz Roca-Tallada è una biografia datata 1947 e dimostra l'attenzione spagnola per questo personaggio incredibile, del resto anche la vicenda dell'autrice, un'intellettuale atipica e poliedrica, varrebbe da sola la lettura. Restando allo Spinola, il volumetto consente di ripercorrere tutto il percorso biografico di un genio guerriero davvero singolare. Nato a Genova nel 1569 primogenito di Filippo Spinola, uno degli uomini più potenti sotto la Lanterna, Ambrogio non sembrava destinato alla carriera delle armi semmai alla gestione della lotta politica interna alla città che vedeva gli Spinola contrapposti ai Doria. Il soldato di casa sembra essere il più giovane fratello Federico che milita da subito al servizio del Re di Spagna e porta avanti audaci progetti per invadere l'Inghilterra e risolvere così la guerra delle Fiandre che sta assorbendo tutte le risorse della Monarchia. Eppure Ambrogio si esercita in tutto ciò che è marziale, dal cavalcare all'uso della spada. Ma soprattutto studia di assedi e geometria, di matematica applicata. La svolta avviene nel 1602. Federico deve condurre delle galere per combattere in mare nelle Fiandre. Ambrogio si offre di reclutare truppe di terra e di condurle al fronte, mettere denaro e armi al servizio della Spagna. Ha trentaquattro anni, decisamente fuori età per intraprendere il mestiere delle armi, e senza esperienza sul campo... Eppure. Eppure essendo la situazione veramente disastrosa, e gli spagnoli a lumicino, gli affidano il compito di assediare la piazzaforte di Ostenda che è accerchiata dal 1601. Diventa così il regista di quello che passerà alla storia come «Il lungo carnevale della morte». Spinola che come dicevamo ha il piglio dello studioso nel suo modo di combattere porta con sé uno dei migliori architetti militari del tempo, Pompeo Targone. Alla fine la città cede e Spinola mette a segno subito anche un colpo diplomatico: mitezza nella gestione degli sconfitti, un grande banchetto per onorare i comandanti sconfitti, compreso il governatore Daniel de Hertaing che aveva perso durante i combattimenti il braccio destro e la gamba sinistra, infatti fu costretto a firmare la pace con la mano sinistra.

Era l'inizio di una leggenda. I viaggi a corte erano un passaggio fondamentale per garantirsi l'appoggio del monarca e del suo entourage. Breccia dopo breccia, resa dopo resa il prestigio di Spinola cresceva. Così come i suoi debiti per le cifre colossali che anticipava per mantenere attivi gli eserciti di Filippo III. In quest'epoca di transizione in cui un generale doveva per forza essere nobile, inevitabilmente un imprenditore della guerra, preferibilmente anche un diplomatico e per sopravvivere anche un accorto conoscitore degli intrighi di corte senza apparire tale, Ambrogio Spinola si rivelò poliedrico più di chiunque. Colto e protettore di Rubens, compare ritratto da molti pittori (il ritratto più bello è quello di Van Dyck) con il toson d'oro al collo, il bastone del comando nella mano e ricoperto dalle più varie e arabescate armature. Traspare da essi la sicurezza mai arrogante, su questo concordano tutti i contemporanei, di un uomo, che passò di vittoria in vittoria sino all'assedio di Casale del 1629. Lì arrivò al comando di truppe disorganizzate, che erano solo il fantasma della forza spagnola di un tempo, e mentre alla corte di Filippo IV la politica del valido Olivares diventava sempre più ondivaga a causa di debiti e camarille. Cercò di tener duro nonostante tutto. Poi ci pensò la peste a chiudere la partita con il generale, sottoponendo lui questa volta ad un assedio irresistibile. Morì a Castelnuovo Scrivia il 25 settembre 1630. Pare che le sue ultime parole comprensibili siano state «onore» e «reputazione». Suona bizzarro ma sono esistite epoche in cui era considerato normale morire per proteggerle. Gliene resero atto anche grandi della letteratura come Calderón de la Barca e Lope de Vega che di lui scrisse: «Il marchese di Spinola merita tutto...». Non l'oblio.

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