Cultura e Spettacoli

Ben vengano i "Poeti d'Ucraina" (però ristampate anche i classici russi)

L'antologia dia il via anche a nuovi volumi su Iran, Yemen, Myanmar...

Ben vengano i "Poeti d'Ucraina" (però ristampate anche i classici russi)

La sola conseguenza positiva della guerra in Ucraina è che abbiamo imparato a impratichirci, in un Paese anglocentrico, con una cultura per lo più ignota. Tutto è mercato, refluo che si fa merce, sangue che irrora il dio capitale: ai troppi libri di geopolitica, di geografia del massacro, seguono, ora, quelli letterari. Così, dopo il brutto e abborracciato Ucraina (uscito in aprile), Mondadori fa le cose per bene: nella nobile collana «Lo Specchio» pubblica, a cura di Alessandro Achilli e Yaryna Grusha Possamai, un vasto repertorio di Poeti d'Ucraina (pagg. 250, euro 20). Inutile ricordare che di questi poeti 34, spesso giovani nulla sapremmo se non ci fosse la guerra. La raccolta si pone, d'altronde, come un gesto bellico, in reazione all'«aggressione armata della Federazione Russa», sotto la celata del linguaggio («La stragrande maggioranza dei testi che abbiamo selezionato è scritta in ucraino, la lingua ufficiale dell'Ucraina»).

Nulla di male. La poesia inglese del secolo scorso si sviluppa intorno ai «War Poets», Wilfred Owen, Siegfried Sassoon, Rupert Brooke, Isaac Rosenberg, spesso fraintesi per fini propagandistici. Anche la letteratura italiana nasce dalle ceneri degli Scrittori morti in guerra (così un'antologia pubblicata da Vallecchi nel 1929), e dai trionfi dei poeti cresciuti in trincea (si legga la vasta antologia Le notti chiare erano tutte un'alba, curata da Andrea Cortellessa per Bompiani nel 2018). Un nome su tutti: Giuseppe Ungaretti. Il quale, partiva da un dato reale l'eccidio bellico per involarsi nell'assoluto, per indiare il dolore. La selezione mondadoriana dei poeti ucraini conferma che le poesie che narrano la guerra (in una sorta di reportage lirico) di solito sono brutte. Versi come «Porto il mio dolore in un fagotto/ per una strada affollata» o «I soldati russi cucinano il cibo arraffato/ dai nostri ripiani/ al fuoco dei nostri libri» non sono più efficaci di un articolo di giornale o di un'agghiacciante fotografia. La poesia non ha la lacrima pronta, è spietata. Nel repertorio da cui è assente Lina Kostenko, tra i rari poeti ucraini noti in Italia ci sono alcune poesie belle («Sembra l'alba,/ la luce piegata come un lenzuolo» è l'esordio di Pryp'jat'. Natura morta, di Oksana Zabuko; «Le nostre città sotto le erbe alte./ Col petto bucato dalla fionda» è un bel distico di Marianna Kijanovs'ka), altre meno.

In generale, l'opzione politica ha la prevalenza sulla verità estetica, e ciò non fa il bene della poesia. Tuttavia, il libro è suggestivo. Speriamo sia il principio di un percorso: vorrei volumi simili dedicati ai poeti dello Yemen, dell'Uganda, dell'Ecuador, dell'Iran; chissà cosa scrivono i poeti, oggi, in Bhutan o in Myanmar. Prima di tutto, occorre ristampare la fondamentale Poesia russa del 900, allestita con miracolosa grazia da Angelo Maria Ripellino. Senza conoscere i versi di Anna Achmatova che peraltro è nata nei dintorni di Odessa e di Innokentij Annenskij, di Velemir Chlebnikov e di Sergej Esenin, ma pure di Nikolaj Zabolockij e di Andrej Voznesenskij è impossibile capire i poeti ucraini di oggi. Per fortuna, in questo campo la guerra non ha vinti, vince il poeta.

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