"Berlino è casa" e cara a chi si nutre di libertà

I luoghi letterari e quelli dove si è fatta la storia "Una città di fantasmi eppure giovanissima"

"Berlino è casa" e cara a chi si nutre di libertà

«Ich bin ein Berliner» furono le celebri parole del Presidente John Fitzgerald Kennedy al termine del suo discorso a Berlino Ovest il 26 giugno del 1963. Quanto mai attuali: allora una nazione europea, sconfitto il nazismo, era stata divisa in due dall'Unione Sovietica, oggi c'è chi nei talk show soprattutto italiani non è capace di stare con l'Ucraina, di sentirsi cittadino di una nazione aggredita da un autocrate sanguinario che vuole rifondare l'Uuss. E Berlino è il l'argomento affrontato da uno dei nostri scrittori più intelligenti e interessanti, Giuseppe Culicchia, nel bellissimo libro appena uscito: Berlino è casa, edito da Laterza.

Incipit alla Woody Allen (ve la ricordate la scena iniziale di Manhattan?), cambiando New York in Berlino: «Capitolo primo. Amo Berlino. No. Ho sempre detto che amo Torino, non posso uscirmene dicendo o scrivendo che amo Berlino. Capitolo primo. Adoro Berlino. Così va meglio. Adoro Berlino perché è la metafora della decadenza della società contemporanea. Uhm. Troppo serio. Capitolo primo...».

Non che Culicchia tradisca la sua amata Torino (alla quale ha dedicato due libri), ma qui il discorso è diverso, più ampio, prende dentro tutta la storia di una città che è il vero cuore dell'Europa («perché Berlino è una capitale che reca su di sé le cicatrici del Novecento»). Una sorta di guida Touring ma intellettuale, perfetta anche per un ripassino di storia a uso e consumo dei millennials (ma ne avrebbero bisogno non solo loro). Dentro c'è tutto, visto dagli occhi di uno scrittore che da ogni dettaglio estrae una suggestione, un ricordo, una gioia, una ferita.

Culicchia si innamora di Berlino prima ancora di andarci, leggendo Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin e, dopo averla vissuta con gli occhi di Franz Biberkopf detto il Cobra, decide che non può fare a meno di partire. Quando ci arriva resta folgorato da «una città di fantasmi eppure giovanissima, proiettata verso il futuro». È incredibile come una città che è stata il teatro della più grande tragedia bellica del Novecento sia diventata la città più culturalmente aperta del mondo. La vitalità dei giovani, il verde, il divertimento, la musica classica, la cucina multietnica, un gigantesco festival a cielo aperto d'Urbanistica e Storia dell'Architettura, Jugendstil e Bauhaus, Liberty e Gotico, Razionalismo Sovietico e Neoclassicismo Nazionalsocialista: «Berlino dove tutto è possibile». In fondo, osserva Culicchia, non c'è nulla di più moderno di una città dove convivono passato, presente e futuro.

Immagini e racconti a non finire: Napoleone che arriva a Berlino a cavallo il 26 ottobre del 1806, Wim Wenders che ci arriva in aereo per girare quel capolavoro che è Il cielo sopra Berlino, Joseph Goebbels che ci arriva in auto come Gauleiter alla fine del 1926. E poi i segni indelebili della guerra, «facciate di certi edifici, crivellate dalle pallottole e sbrecciate dalle granate e annerite dagli incendi ancora visibili malgrado i lavori di restauro effettuati nella parte Est della capitale...», in una metropoli oggi quanto mai segno di ogni libertà, «tra le città più lgbt+ friendly o se preferite (in attesa di ulteriori aggiornamenti) lgbtqqicapf2+ friendly d'Europa».

In realtà, visitando Berlino con il libro di Culicchia, ci rammentiamo che, prima della catastrofe nazista, moderna lo è sempre stata. Josephine Baker che ballava a seno nudo nei locali più in voga, Marlene Dietrich che usciva vestita da uomo, Christopher Isherwood che scriveva i suoi racconti quando ancora non si parlava di «comunità gay»: gli omosessuali si incontravano serenamente, tra i quali anche Ernst Röhm, il futuro comandante delle SA.

Così come, decenni dopo, mentre il punk esplodeva a Londra, a Berlino Ovest arrivò David Bowie, incontrò Iggy Pop e andò a vivere nel suo stesso palazzo a Schönberg, tornato a essere il quartiere della scena gay. Bowie frequentava lo studio discografico Hansa Studios, vicino a Postdamer Platz, e pare che proprio lì, nei pressi del Muro, vedendo una coppia baciarsi compose Heroes: «... we can be us, just for one day/ I, I can remember/ Standing, by the Wall/ And the guns, shot above our heads/ And we kissed, as nothing could fall...».

Questo di Culicchia non è un libro da leggere tutto d'un fiato (come si dice, e quando lo dicono in genere sono libri che non vale la pena di leggere), ma soffermandosi su ogni pagina, andando a cercare foto e filmati su Google, riflettendo, rivivendo ogni aspetto di Berlino e della storia del XX e del XXI secolo. Dentro ci troverete di tutto e di più, ma vorrei tornare alle parole di Kennedy a Berlino, perché oggi che molti mettono in discussione il ruolo della Nato e degli Usa sono più importanti che mai: «Ci sono persone al mondo che non capiscono, o che dicono di non capire, quale sia la grande differenza tra il mondo libero e il mondo comunista. Che vengano a Berlino. Ce ne sono alcune che dicono che il comunismo è l'onda del progresso. Che vengano a Berlino. Ce ne sono alcune che dicono, in Europa come altrove, che possiamo lavorare con i comunisti. Che vengano a Berlino. E ce ne sono alcune che dicono che il comunismo è un sistema malvagio, ma permette progressi economici. Che vengano a Berlino...». Kennedy potrebbe riferirsi a molti opinionisti e politici anti-occidentali che difendono Putin nei nostri talk show, dando la colpa alla Nato. Ma non gli si può dire «che vadano a Mosca» (se ci andassero non sarebbe male però), perché Mosca non ha una parte libera.

A Berlino il confine difeso dagli americani si chiamava Check Point Charlie, «oggi trasformato in un'attrazione stile Disney con tanto di figuranti in divise russe e americane, l'equivalente dei centurioni di fronte al Colosseo». In quel Check Point Charlie finiva il mondo libero, le vite libere, la cultura libera. Una divisione che credevamo finita, e di cui la Berlino raccontata da Culicchia resta il simbolo ancora terribilmente e felicemente vivo.

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