La burocrazia del male nei documenti italiani

Dall'archivio storico del comune di Monfalcone emergono documenti di feroce razzismo di regime

La burocrazia del male nei documenti italiani

«Confermare razza ariana per una borsa di studio», schedatura razziale sui giovani delle liste di leva, «cartelloni razzisti» disegnati degli ex carcerati, «certificati razza ariana» per le ditte, indagini della Finanza «sui capitali degli ebrei» e sulla purezza dei genitori per l'iscrizione della figlia alla scuola elementare. La banalità del male riguardava, purtroppo, anche noi italiani. Ottanta anni dopo le leggi razziali, annunciate da Mussolini a Trieste, fa impressione leggere fogli ingialliti dal tempo saltati fuori per caso da una cartellina gialla con l'intestazione del «Municipio di Monfalcone», a due passi dal capoluogo giuliano, sepolti nell'archivio storico del comune. Tutte comunicazioni ufficiali, che Il Giornale pubblica il giorno della Memoria, su carte intestate di prefetture, enti locali, forze armate, provveditorati agli studi. I documenti, che pesano come pietre sul nostro passato, sono stati scoperti da Maurizio Bon, consigliere comunale indipendente a Monfalcone appassionato di storia. «Cercavo fascicoli sui bombardamenti alleati - racconta al Giornale - quando ho trovato la cartellina gialla. È la caccia all'ebreo, a tutti i livelli, anche i più banali. Non pensavo che fosse così capillare. C'è da vergognarsi».

Il 9 febbraio del 1939 il direttore didattico di Monfalcone inviava al Comune una richiesta riguardante l' «alunna Morpurgo Renata» che «si è presentata per l'iscrizione a codesta scuola elementare, proveniente da Trieste». Il problema è che dalle carte giunte dal capoluogo giuliano «risulta che uno dei genitori dell'alunna è di razza ebraica. Non accenna alla religione professata dalla bambina». Il direttore, firma illeggibile, vuole «avere la certezza che la Morpurgo abbia tutti i requisiti legali per frequentare le scuole pubbliche» e chiede di informarlo «se dalle annotazioni all'anagrafe risulti che essa sia di razza ariana o ebraica».

La prefettura di Trieste inviava al podestà di Monfalcone una nota su «informazioni razziali» per l'«arruolamento in Marina». La richiesta era «se il sig. Krasna Mario () sia da considerarsi, oppure no, di razza italiana facendo altresì conoscere quale sia la religione professata da lui e dai suoi genitori». Il Comando di Trieste della Gioventù italiana del Littorio informava i podestà che in seguito ai «provvedimenti adottati dal Consiglo dei Ministri, i giovani appartenenti dalla razza ebraica non possono frequentare i corsi premilitari».

L'applicazione delle leggi razziali si espandeva su tutto compresa la «Borsa di studio aeronautici De Pinedo». Il 4 febbraio 1939 il Comune di Trieste scriveva: «All'effetto di prendere in esame una domanda di concorso alla borsa di studio in oggetto, interesso a volermi informare, in via di tutta urgenza, se Plocher Ferruccio () sia di razza ariana». Il tenente colonnello Lodovico Bogaro chiedeva nel 1938 «i nomi dei giovani della classe 1919 cancellati dalle liste di terra ed iscritti alla leva di mare che risultano di razza ebraica».

Su carta intestata del Comune di Predappio con la dicitura in rosso «urgente-riservatissima» si interpellava il podestà di Monfalcone per indagare se «il Sig. Bergamo Mario, che è immigrato da codesto comune, appartiene, sia per religione, che per sangue, a famiglia israelita». La motivazione era semplice: «Il cognome della persona in oggetto lascia il dubbio che abbia origine ebraica».

Al contrario le Officine grafiche monfalconesi, il primo marzo 1939, chiedevano all'anagrafe tre certificati «dai quali risulti che la nostra ditta è di razza ariana». E il responsabile spiegava che sono «necessari () agli Enti Statali per la possibilità di concorrere alle aste e forniture».

La prefettura di Trieste nel dicembre 1938 inviava agli enti locali «i provvedimenti per la difesa della razza», che impongono di «dispensare dal servizio () i propri dipendenti appartenenti alla razza ebrea». E sottolineava due volte che «si prega di curare la precisa, rigorosa tempestiva esecuzione di tale disposizione».

Anche la Guardia di Finanza era in prima linea. In una comunicazione «riservata-urgente» con oggetto «capitali ebrei» invitava il podestà di Monfalcone a fornire «l'elenco degli ebrei residenti indicando per ciascuno le generalità complete, via e numero». In un altro documento scritto a mano seguiva la risposta con la lista di proscirizione: «Goldshmidth Alfredo, Levi Giorgio, Hammer Lazzaro» e così via.

Uno dei documenti ufficiali più vergognosi è la circolare sui «cartelloni razzisti» firmato da Reina, provveditore agli studi di Trieste nel 1939. «Il laboratorio assistenziale per i liberati dal carcere di Gorizia - si legge nelle prime righe - ha edito un pregevole lavoro cartografico diretto a chiarire () la coscienza razziale degli alunni delle scuole». Un assurdo disegno sulle «principali razze umane» mette all'apice di un albero quella ariana, bianca e sottostante gli asiatici, africani, indiani d'America. Una frase chiarisce, che «la razza italiana è di origine ariana. Noi dobbiamo difenderla dall'incrocio con qualsiasi altra razza».

Il provveditore sentenzia che «la serie di cartelloni prospetta in forma piana, nitida ed immediatamente comprensibile il problema della razza () che specie nei minori è di difficile comprensione». E per questo motivo il lavoro degli ex carcerati «sarà di indubbia utilità al maestro per integrare in maniera visiva ed organica il suo insegnamento».

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