"Churchill era bizzarro, coraggioso e ironico. Un leader con i fiocchi"

"Splendore e viltà" racconta l'anno in cui Winston salvò l'Inghilterra dalla disfatta

Splendore e viltà di Erik Larson (Neri Pozza, pagg. 702, euro 22) è un libro su Winston Churchill, o meglio, sull'anno in cui divenne Primo ministro e «non è un'opera di fiction», anche se può sembrare tale, poiché, come spiega lo scrittore americano nell'Introduzione, non solo le citazioni provengono da fonti storiche ma «ogni riferimento a gesti, sguardi, sorrisi e altre espressioni facciali si basa sul racconto di testimoni reali». Splendore e viltà è il non-romanzo dell'anno del Blitz, della Londra sotto le bombe naziste, di come Churchill «diventò Churchill», il leader che (quasi) tutti, almeno una volta nella vita, hanno sognato o invocato. E sul quale sono stati profusi chilometri di inchiostro.

Erik Larson, come mai ha deciso di scrivere un libro su Churchill?

«In realtà non intendevo scrivere di Churchill. Piuttosto, la mia idea era di capire come i britannici avessero fatto a resistere alla campagna di bombardamenti tedeschi del 1940-41, che incluse la cosiddetta Battaglia d'Inghilterra, il Blitz, e sei ulteriori mesi di bombardamenti. All'inizio avevo pensato di cercare una tipica famiglia inglese e raccontare la sua esperienza, ma poi mi sono detto: perché non scrivere della quintessenza della famiglia inglese, i Churchill?».

E non aveva paura?

«Se ne ero spaventato? Sì, nel senso che su Churchill è stato scritto così tanto... Mi sono domandato se fossi in grado di dire qualcosa di nuovo, e così ho scoperto che nessuno, in precedenza, aveva pensato di concentrarsi così da vicino sui dettagli quotidiani di come Churchill e la sua famiglia e i suoi consiglieri siano riusciti a sopravvivere a quel periodo».

Perché ha scelto proprio l'anno fra il maggio del 1940 e il maggio del '41?

«Churchill divenne Primo ministro il 10 maggio del 1940; la campagna aerea tedesca cominciò subito dopo e finì un anno dopo, il 10 maggio del '41. Poi ci furono altri raid, ma questa campagna iniziale fu la più importante».

Perché è stato un anno cruciale per Churchill?

«In gioco c'era moltissimo. Era diventato Primo ministro il giorno in cui la guerra aveva smesso di essere la cosiddetta guerra fasulla ed era esplosa in una vera guerra d'attacco. Per lui e tutti quelli che conosceva, la Germania era pronta a invadere le Isole britanniche in qualsiasi momento, e le forze britanniche in Europa correvano il rischio di essere distrutte. Molto è dipeso dalla sua leadership in quei primi giorni: ha dovuto incrementare la produzione aeronautica, orchestrare il salvataggio delle truppe britanniche in Francia e, in qualche modo, fare sì che il popolo inglese non perdesse la speranza. Ha fatto tutte queste cose. Molti lo hanno aiutato, ovviamente, ma lui è stato lo spirito guida».

Sotto le bombe naziste la vita a Londra proseguiva, incredibilmente: la gente usciva a cena, si innamorava, andava a ballare... Come è possibile?

«Resistenza umana. E Churchill ha contribuito, aiutando i britannici a trovare il loro stesso coraggio. Poi i tedeschi avevano deciso di bombardare solo di notte, per evitare i devastanti attacchi della Raf, e questo ha lasciato ai britannici le ore del giorno per tornare a uno stile di vita stranamente normale: andavano al lavoro come sempre, pur con le maschere antigas; cenavano nei loro club; passeggiavano nei parchi di Londra. E di notte vivevano la loro vita, anche se questo dipendeva di più dalla loro volontà di sfidare il destino».

Che cosa ha reso Churchill un leader così particolare?

«Più che particolare, particolarmente dotato di talento. Era brillante, ed era un oratore eccellente. Aveva una immensa fiducia in sé stesso. Era senza paura, ed era compassionevole. Ha dato speranza alle persone. Tutte queste cose si sono mescolate in quel primo anno, dimostrando di essere esattamente ciò di cui la Gran Bretagna aveva bisogno in quel momento».

Aveva anche delle abitudini molto curiose...

«Quello che amo più di Churchill sono le sue bizzarrie. Adorava lavorare dalla vasca da bagno. A colazione prendeva acqua e whisky. Amava cantare e marciare sulla musica militare. Non aveva alcun senso di vanità personale, però poteva essere incredibilmente esigente: era rozzo, indelicato, e non si scusava mai, eppure il suo staff lo amava, perché sapeva essere anche caldo, compassionevole, e molto divertente».

Qual è stato il momento più difficile per lui?

«In quel primo anno, e forse nell'intera carriera, il momento più difficile è stato decidere di attaccare la flotta francese a Mers el Kébir, in Algeria, nel luglio del 1940, un attacco che uccise 1.300 marinai e ufficiali francesi. Odiò doverlo fare, ma credeva di non avere scelta, per evitare che la flotta francese finisse in mani tedesche e, anche, per dimostrare a Hitler la sua intenzione di combattere fino alla fine».

Qual era la sua «magia» sul popolo britannico?

«Innanzitutto era senza paura, e il coraggio è contagioso: dando l'esempio, aiutò le persone a trovare il loro stesso coraggio. Quando parlava in pubblico riusciva a far sentire i suoi ascoltatori parte del lungo e grandioso dramma della storia inglese, a far sentire che dipendeva da loro vedere o meno se l'impero sarebbe durato. E poi riusciva a comunicare vera compassione, non temeva di piangere in pubblico, per esempio quando visitava una città bombardata, e le sue reazioni commuovevano le persone e le facevano sentire come se fossero davvero tutti sulla stessa barca».

E da dove veniva questa magia?

«Difficile dirlo. Molto aveva a che vedere con il suo umorismo e la sua assoluta potenza di fuoco intellettuale: era un uomo incredibilmente colto e uno scrittore prolifico; la gente amava i suoi discorsi, specialmente quando affrontava Hitler, ma sapeva anche del suo lato più strambo, il che lo rendeva umano in modo affascinante».

Crede che oggi la gente potrebbe adorare un leader sinceramente, come i britannici amavano Churchill?

«Certo, anche se i social media complicano le cose. Ai tempi di Churchill c'erano i giornali e la radio, e tutti ascoltavano e leggevano le stesse cose, perciò per lui era più semplice raggiungere le masse e ottenere la loro attenzione».

Crede che ci manchino il suo coraggio e la sua dedizione alla libertà?

«Complicato a dirsi. Credo che non sappiamo mai quanto siamo coraggiosi fino a che non siamo messi alla prova, come molti di noi sono messi alla prova oggi, durante la pandemia. Per quanto riguarda la sua dedizione alla libertà, oggi c'è una inquietante tendenza verso il populismo nel mondo, e potrebbe proprio servirci un Churchill vintage del 1940».

In effetti, Churchill incarna ancora oggi il concetto di leadership. Come è possibile?

«Probabilmente perché abbiamo così pochi buoni modelli di leadership oggi, che la gente prende coraggio dal fatto che, almeno una volta, un buon leader sia esistito davvero».

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