Coi Dardenne va in scena la nuova lotta di classe

Marion Cotillard viene licenziata perché i suoi compagni di lavoro accettano un bonus pur di cacciarla. Il dramma sociale in fabbrica

Coi Dardenne va in scena la nuova lotta di classe

Collega, sei un bastardo anche tu? È Sandra a chiederlo, di casa in casa, dalle parti di Liegi: i suoi compagni di lavoro, alla Solwal, di lei se ne fregano. E preferiscono un bonus di mille euro, in cambio del suo licenziamento: il padrone li ha ricattati e loro hanno ceduto. Se in 14 su 16 hanno scelto la strada dei soldi, anziché quella della solidarietà, la giovane donna, madre di due figli da crescere, lotterà per conservare il suo posto di lavoro: non vuole finire sola e disoccupata. E busserà alle porte di altri poveri come lei, nel fine settimana che precede una nuova votazione in fabbrica: Sandra, o bonus? Benvenuti nel mondo crudele dei fratelli Dardenne, gli indistinguibili belgi Jean-Pierre e Luc, ieri nella capitale per il lancio di Due giorni, una notte (da giovedì, nelle sale di Roma e Milano e il successivo in tutta Italia), film drammatico applaudito a Cannes e nominato agli Oscar, in quota belga. Nel ruolo dell'operaia licenzianda c'è la francese Marion Cotillard, attrice di razza e premio Oscar, che impersona mirabilmente la lotta contemporanea del lavoratore isolato, di fronte a un neoliberismo cieco e sordo.

«Non ho nulla contro di lei. Ma devo reagire alla concorrenza asiatica», dice il capo del personale. Meno male che, accanto a Sandra, resiste un marito incoraggiante (Fabrizio Rongione, attore-feticcio dei Dardenne), che non si perde d'animo neanche quando lei ingoia un'intera scatola di Xanax: la fa vomitare in cucina e poi, via, a convincere i colleghi che le bollette di luce e gas possono attendere. Lei no: deve sapere chi la sosterrà. E quanti perderanno il bonus, in nome del suo posto di lavoro. «Di solito i nostri film sono pessimisti e qui, un pò di ottimismo aleggia. Si comincia con una donna depressa, distesa a letto e si finisce con lei dritta, che cammina e cerca un altro lavoro. Certo, oggi è difficile sperare: siamo di fronte a una “selvaggeria” sociale nuova», riflette Jean-Pierre, che insieme al fratello ha elaborato questo dramma lungo dieci anni. «La storia di Sandra è quella d'una donna che ricrea solidarietà, dove non ce n'è: è una donna malata, che riesce a cambiare le persone», fa eco Luc. Di certo, senza la Cotillard, qui pallida, sciatta e in canottiera, mentre vaga tra Willy, Mireille e Timur, vergognandosi della sua questua morale, Due giorni, una notte non avrebbe l'impatto profondo che ha sugli spettatori. «Molti spettatori, dopo aver visto il film, si sentono cambiati. E, soprattutto, s'interrogano: anch'io mi comporterei così, di fronte a Sandra?», racconta Jean-Pierre. Perché qui la cinepresa incalza da vicino le facce stolide di chi lascia affondare un suo simile per pagarsi una ristrutturazione, magari… Come non ricordare che, al quotidiano La Repubblica , recentemente la più parte dei redattori ha preferito la cassa piena alla protezione dei colleghi più deboli?

Già Palma d'Oro a Cannes con Rosetta (1999) e L'enfant (2005), stavolta i Dardenne mettono il dito in una piaga più aperta che mai. «Non ci sono ricette. Ma c'è una frase ricorrente, nel film: "mettiti nei mie panni». «Per provare solidarietà, bisogna mettersi al posto degli altri. L'Europa sarà unita, quando le masse di Madrid, o Bruxelles, scenderanno in piazza perché in Lituania sono stati licenziati degli operai. Il problema non è l'Europa, ma un mercato troppo liberale», nota Jean-Pierre, dichiarandosi europeista convinto. «Non abbiamo un approccio da aula di tribunale. Non c'è una poveretta contro le carogne: ognuno ha le sue ragioni», obietta Luc. Solidarietà contro soldi: è la nuova lotta di classe.

 

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