Com'è profondo Lucio: ecco il Dalla inedito, piccolo e grande uomo

Una mostra fotografica al Vittoriano di Roma celebra il cantautore morto nel 2012

L'immagine è quella - firmata Renzo Chiesa - che da sempre fa sussultare il cuore a fan e appassionati. Il mitico zucchetto di lana, su cui posano gli occhialini tondi e (appena visibili) gli occhi spiano all'insù. Un marchio di fabbrica, una firma, un logo che, inevitabilmente, oggi è anche il manifesto di "Lucio Dalla, immagini e suoni": la prima mostra dedicata, a quattro anni dall'improvvisa scomparsa, al poeta di 4 marzo 1943 e Caruso.

Il memorabile scatto (ideato per il longplay Dalla, anno 1979) campeggia ora su una bianca parete del Vittoriano di Roma: l'Altare della Patria accoglie infatti fino al 2 ottobre in modo solenne, dato il luogo, ma non retorico - decine di immagini firmate da sei fotografi, in occasioni e secondo stili molto differenti. Un modo particolare di rendere omaggio al cantautore forse più personale e irripetibile della canzone italiana, ma anche il tentativo di catturare alcuni aspetti del suo genio imprevedibile e irregolare, solare, irriverente e appassionato. "Se a Lucio avessero detto che un giorno sarebbe finito all'Altare della Patria..." sorride Ron, intervenuto all'inaugurazione con vari amici e colleghi del cantautore. "Credo però - ha concluso - che la cosa gli sarebbe molto piaciuta". Rigorosamente fuori da concerti ed esibizioni pubbliche, spiato nei camerini o nei backstage, in pose autoironiche (con le scarpe in mano sullo scalone barocco dell'Opera di Vienna; piccolissimo in divisa da pallacanestro, con i giganteschi giocatori del Banco Roma), nelle pause di lavoro accanto a colleghi-amici (De Gregori, Venditti, Ron), nell'amatissima Bologna come nella prediletta Sicilia: "Non volevamo raccontare il Dalla pubblico, quello che conoscono tutti - precisa il giornalista e critico Ernesto Assante, curatore della mostra - ma il Dalla nascosto. E non c'interessava nemmeno proporre documenti o cimeli. Attraverso le foto di Canitano, Harari, Lovino, Massarini, Ristori e Viti, commentate nel sottofondo dalle canzoni di Lucio, oltre che con la proiezione a ciclo continuo del film-documentario di Mario Sesti Senza Lucio, abbiamo invece cercato di fare come faceva lui. Che sapeva raccontare cose piccole e private facendole diventare grandi e collettive".

"Lucio - commenta Ron - è stato la grandezza della mia vita. Avevo diciassette anni quando mi proposero di cantare a Sanremo Occhi di ragazza, di un certo Lucio Dalla. Ma il provino venne rifiutato dalla commissione selezionatrice, e l'anno dopo la canzone fu incisa da Gianni Morandi, che ne fece un clamoroso hit. Non l'ho mai rimpianto. Ascoltandomi infatti Lucio mi disse: 'Tu puoi fare delle belle cose'. E quello fu l'inizio di un'amicizia per me fondamentale". Ron lo ricorda come "un uomo dalla sensibilità unica, e soprattutto buono. Dedicava il suo tempo al poveraccio che incontrava per strada e magari la sera stessa andava a cena con Agnelli. Sono stato fortunato: mi ha dato moltissimo. Anche se qualcosa credo di avergli donato anch'io". "E io - osserva Pierdavide Carone, che al Sanremo 2012 cantò quella Nanì di cui i due erano co-autori, mentre Dalla dirigeva l'orchestra - sono fiero di aver in qualche modo contribuito alla sua ultima immagine. A dire il vero dirigeva per modo di dire; era più occupato a guidare me e, contemporaneamente, a divertirsi. Ma Lucio era così: della vita amava tutto, e specialmente tentare costantemente cose nuove".

Solo due settimane dopo il cantautore bolognese dava al mondo un inatteso addio, fulminato da un infarto. "Amava molto, amava tutti anche chi non lo amava - ricorda il sassofonista Stefano Di Battista - e sapeva fare amicizia con tutti. Se un giorno fossero sbarcati gli alieni, e avessero incrociato Lucio Dalla, sono sicuro che avrebbero subito fatto della musica assieme". Dal rock al pop, dal jazz al folk, passando, attraverso l'avanguardia, fino all'opera lirica. "Lucio ha saputo fare tutto questo. Ma il suo segreto, in fondo, era semplice. Riusciva a far suonare quel che era dentro di sé".

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