Così Burton ha fatto l'autopsia alla malinconia (di ieri e di oggi)

Il bibliotecario di Oxford Robert Burton nel Seicento ha scritto un'opera immensa che indaga tutto l'animo umano

L'anatomia della malinconia è l'opera di una vita e, a sua volta, ne contiene moltissime, poiché è, allo stesso tempo, trattato di medicina, antologia di poesia, testo filosofico, raccolta di biografie di autori, manuale di geografia, erbario, studio di astronomia e di astrologia, satira politica e sociale, resoconto della cosiddetta «malattia d'amore»... Robert Burton (1577-1640), insegnante e bibliotecario al Christ Church College di Oxford e vicario della vicina parrocchia di Saint Thomas, dedicò a questa grandiosa «enciclopedia della malattia dell'anima» tutta la sua esistenza, pubblicandone la prima edizione nel 1621 e arrivando a rivederla, ampliarla e riaggiustarla altre cinque volte (la sesta versione uscì postuma, nel 1651): a quasi quattrocento anni di distanza, ora possiamo leggere la prima edizione integrale in italiano (e la prima bilingue in assoluto), pubblicata da Bompiani (pagg. 2854, euro 65) nella collana dei Classici della letteratura europea, diretta da Nuccio Ordine.

Il libro è gigantesco quanto il sapere che vi è contenuto e riflette, spiega Ordine, una concezione tipicamente rinascimentale, da Giordano Bruno a Leonardo da Vinci, quella di «una visione onnivora e unitaria del sapere, che non vede separazioni»; la sua pubblicazione ha richiesto dieci anni di lavoro, che hanno visto collaborare Luca Manini (curatore e traduttore dall'inglese, sulla base dell'edizione critica della Oxford University Press) e Amneris Roselli, classicista ed esperta di storia della medicina. Ma perché un libro del genere è accanto a Shakespeare e Cervantes? Criterio numero uno della collana, dice Ordine, è che «sono tutti libri che desideravo avere nella mia biblioteca...» E poi perché L'anatomia della malinconia è un inno ai classici stessi, per quella «voracità» che anima lo studioso-bibliotecario Burton («medicina antica e moderna, filosofia antica e moderna, poesia: leggeva tutto, con scrupolo e ossessione», come testimonia l'impressionante indice alfabetico di autori e opere citati) e che è la passione che ha reso unica la cultura europea; solo che, si accalora Ordine, che ai classici dedica la sua vita da professore (insegna Letteratura italiana all'Università della Calabria) e da autore, «tutto il mondo che ci sta intorno, dall'editoria all'università, li sta mettendo in un angolo». In particolare, «gli studenti universitari lavorano più sui manuali che sulle opere, è paradossale: assistiamo alla emarginazione lenta della lettura integrale di un classico».

La pubblicazione di un'opera come quella di Burton va decisamente in direzione opposta. «Burton non avrebbe potuto scrivere L'anatomia della malinconia se non fosse stato un bibliotecario, ma questo libro è, a sua volta, una biblioteca, poiché comprende moltissimi libri al suo interno», in una divisione «macro» in tre parti (sintomi e diagnosi; cure; malinconia d'amore e malinconia religiosa) che poi, a loro volta, si snodano fra sezioni e sottosezioni... L'obiettivo è la cura della malinconia, di cui lo stesso Burton aveva sofferto intorno ai vent'anni, e che passa proprio attraverso lo studio e l'analisi della malinconia stessa: insomma, è il classico a far guarire, un po' come raccontare novelle durante la peste, perché la letteratura è terapeutica... «L'invito di Burton è a scandagliare il nostro mondo interiore, come hanno fatto anche Montaigne, Marco Aurelio e Seneca, ben prima di Freud, per conoscere noi, i nostri limiti e le nostre vanità e cercare di correggerli, per diventare uomini migliori e migliorare così il mondo in cui viviamo. La malinconia non è solo un oggetto di studio, è un modo per misurarsi con le difficoltà della vita e per capirsi». In questo viaggio interiore ci sono due guide, i «due filosofi», «Eraclito che piange e Democrito che ride» (il testo si apre con un poema firmato da «Democrito junior», pseudonimo dello stesso Burton): «Pur dicendo che lui è Democrito, che ride delle follie e dei limiti dell'uomo, Burton dice che in lui c'è anche Eraclito con le sue lacrime, che riso e pianto sono due volti della stessa medaglia: è il tema della contraddizione dentro di noi e dell'impossibilità di superarla, un tema molto forte e attuale. Gli esseri umani sono fragili, eppure è proprio dentro di noi che possiamo trovare una grande forza». Magari leggendo i classici, «non per superare l'esame e andare a lavorare, ma per farsi cambiare la vita».

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