Così il Duce decise di gettare il Paese verso l'azzardo fatale

Mussolini temeva lo strapotere tedesco e l'inazione. La decisione sorprese molti. Ma non il governo francese

Alla vigilia dell'ingresso dell'Italia nella Seconda guerra mondiale, qualcuno era ancora convinto che Mussolini non avrebbe fatto il grande passo e anzi, magari, avrebbe riscoperto quella vocazione di grande mediatore della politica internazionale propagandata dopo la Conferenza di Monaco del 1938. Così, per esempio, dagli Stati Uniti dove s'era trasferito ormai da anni, Giuseppe Prezzolini, l'8 giugno 1940, scriveva nel diario: «Abbandonata a se stessa dagli inglesi, mi domando che cosa farà la Francia, ora che la cattura di Parigi si avvicina. Chi sa che Mussolini non proponga e ottenga una pace». In Italia Giovanni Ansaldo, allora direttore del quotidiano Il Telegrafo della famiglia Ciano, annotava il 9 giugno: «io penso e credo che l'Italia non interverrà contro la Francia, a darle il calcio dell'asino, nelle tremende distrette in cui si dibatte; ma che anzi Mussolini cercherà di fare il possibile per ottenere da Hitler per la Francia una pace che le assicuri un minimum di respiro».

Non fu così. Mussolini aveva già deciso, da tempo, di fare il grande passo. La travolgente avanzata dei tedeschi verso occidente lo aveva spinto a mettere da parte le obiezioni a un ipotizzato intervento in guerra mossegli da più parti, ma soprattutto da taluni ambienti militari ben consapevoli dell'impreparazione militare italiana. Il Duce, in fondo, non aveva mai sopportato troppo i tedeschi, anche se, durante e dopo l'impresa di Etiopia, c'erano stati un «capovolgimento delle alleanze» e un avvicinamento alla Germania destinato a sfociare, prima, nell'Asse Roma-Berlino e, poi, nel Patto d'Acciaio.

Era preoccupato, Mussolini, del fatto che, con la conquista della Francia, i tedeschi potessero diventare, anche dalla parte delle frontiere francesi, vicini troppo vicini e, certo, ingombranti. A questo timore si aggiungeva, probabilmente, in lui una sorta di gelosia nei confronti di quell'Hitler che aveva tante volte snobbato quando si dichiarava suo discepolo e implorava di essere ricevuto e che, giunto al potere, gli aveva rubato la scena internazionale. La certezza, poi, largamente diffusa che la guerra stesse per finire lo aveva convinto che l'Italia, machiavellicamente, sarebbe dovuta intervenire per partecipare alla spartizione della torta da parte dei vincitori. Inoltre, come se tutto ciò non bastasse, sul suo tavolo si accumulavano rapporti di informatori che segnalavano un significativo cambiamento dell'opinione pubblica che sembrava, quasi, aver messo da parte il quasi unanime dissenso dell'estate 1939 di fronte alla prospettiva di una avventura bellica.

Così, alla fine, Mussolini ruppe gli indugi. E venne il 10 giugno 1940. Nel primo pomeriggio il ministro degli Esteri, Galeazzo Ciano, convocò gli ambasciatori di Francia e di Gran Bretagna per consegnare loro la dichiarazione di guerra. Indossava la poco protocollare uniforme di comandante dell'aviazione ed era visibilmente imbarazzato. Soprattutto nei confronti del diplomatico francese. Questi, André François-Poncet, uomo di grande cultura e già ambasciatore in Germania dove aveva assistito alla fine della Repubblica di Weimar e all'avvento di Hitler, anche all'aspetto richiamava l'immagine tradizionale del diplomatico d'altri tempi: baffetti incerati, ghette bianche e monocolo. I due avevano stabilito rapporti cordiali e, certamente, Ciano aveva condiviso la «missione impossibile» che, venendo a Roma e malgrado la diffidenza del Quai d'Orsay, si era proposto François-Poncet: allontanare l'Italia dalla Germania o comunque mantenerla fuori dal conflitto e, in particolar modo, evitare che la Francia bruciasse i ponti con l'Italia. Quando, in quel pomeriggio del 10 giugno, i due si videro il disagio era palpabile. François-Poncet esclamò amareggiato: «E così, avete aspettato di vederci in ginocchio, per colpirci alle spalle». In seguito l'immagine di un colpo di pugnale vibrato a tradimento alla schiena divenne canonica e influenzò, per molti anni, i rapporti fra le due nazioni e la stessa storiografia. E ciò anche se, a ben vedere, l'attacco alla Francia in ginocchio era certamente un atto vile ma non implicava quel «tradimento» evocato dall'espressione «colpo di pugnale alla schiena». Infatti, i rapporti fra i due paesi non erano né di alleanza né di inimicizia. E, inoltre, i francesi si attendevano una possibile azione italiana tanto che la frontiera alpina era la più munita del loro dispositivo militare e la marina aveva messo a punto fin dal 1939 un piano per un possibile attacco preventivo all'Italia.

Poco dopo, alle 18, dal balcone di Palazzo Venezia, Mussolini si rivolse alla folla che gremiva la storica piazza romana e annunciò l'avvenuta consegna della dichiarazione di guerra alla Francia e alla Gran Bretagna con parole scandite, intervallate da brevi pause ad effetto, senza gesti: «Un'ora segnata dal destino batte sul cielo della nostra patria. L'ora delle decisioni irrevocabili. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente». Il discorso del Duce fu trasmesso in diretta dalla radio perché potesse essere ovunque ascoltato dalla folla radunata nelle piazze più importanti del Paese o davanti alle sedi del Partito nazionale fascista.

Giuseppe Bottai annotò in un suo taccuino le impressioni del momento: «La piazza si gremisce di una folla ora silenziosa, or tumultuante. S'avverte la fatica dei pochi nuclei volitivi a indirizzare gridi e acclamazioni. Senso d'una quasi stupita disciplina, che il partito non ha saputo illuminare neppure con delle parole d'ordine. È la guerra». Sono osservazioni puntuali che fanno intendere come, malgrado l'impegno degli attivisti, la folla non dette segno di quel fanatismo registrato in ben altre occasioni. Anche Galeazzo Ciano registrò il fatto nel suo diario: «la notizia della guerra non sorprende nessuno e non desta eccessivi entusiasmi. Io sono molto triste. L'avventura comincia. Che Dio assista l'Italia». Mussolini decise tutto da solo come avrebbe, poi, detto Winston Churchill «contro la Corona e la Real Famiglia d'Italia, contro il Papa e l'autorità del Vaticano e della Chiesa cattolica, contro i desideri del popolo italiano che non sente questa guerra». E la decisione fu una scelta tutta politica, e non militare, provocata dall'impressionante strapotenza tedesca e dalla convinzione che il conflitto sarebbe stato di brevissima durata. Ma fu una scelta suicida destinata a travolgere il regime, e con esso il paese intero, nel disastro.

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