Dante, i film e l'ombra del Duce. Ecco "Lamerica" di Borgese

Escono i diari che lo scrittore tenne durante l'esilio negli Usa. Alla luce dei quali rileggere anche il suo antifascismo

Da Polizzi Generosa, Palermo, a «Lamerica», Università di Berkeley, California - viaggio di andata sempre posticipando il ritorno - vent'anni di esilio, politico e esistenziale, dal dicembre 1928 alla fine del '48, quindici diari in calligrafia regolare e volontà ostinata («Il libro del diario resterà costantemente sullo scrittoio»), migliaia di pagine riempite, la scoperta di una nuova vita nel Nuovo Mondo, una decisione senza rimpianti («Chi sa dove deve andare non sbaglierà più la strada»; «Orfeo non si deve volgere più indietro») e una nuova opera - monumentale e autobiografica - per rileggere la figura di Giuseppe Antonio Borgese (1882-1952). Venerato in vita, dimenticato post mortem.

Eccoli qui. Sono stati scritti tra la fine degli anni Venti e i primi Cinquanta, quasi tutti negli Stati Uniti. Poi alla morte dell'autore, nel '52 a Fiesole, dopo il rientro trionfale in Italia, furono donati dalla moglie americana Elizabeth Mann alla Biblioteca Umanistica dell'Università di Firenze dove Borgese da giovane aveva studiato e si era laureato. Quindi alluvionati, rovinati ma sopravvissuti alla furia dell'Arno nel '66. E finalmente, dopo un lavoro di trascrizione durato anni e una lunghissima attesa di un editore disposto all'impresa, oggi vedono la luce i primi Cinque diari americani (1928-1935) di Giuseppe Antonio Borgese (gli altri dieci sono scritti in inglese, ma non si sa quando si potranno leggere) pubblicati dalle Edizioni Gonnelli e curati da Maria Grazia Macconi. Se ne era persa completamente la memoria. Adesso potranno rilanciare la figura dello scrittore siciliano.

Critico letterario, romanziere (uno dei suoi pochi libri ancora ripubblicati è Rubè, del 1921, sulle contraddizioni morali di un intellettuale egocentrico...), giornalista al tempo in cui firmare elzeviri su un quotidiano nazionale valeva più di un premio letterario (e i diari testimoniano il suo amore-odio nei confronti del Corriere della sera, dove non fu trattato benissimo), direttore di riviste, delegato in missioni diplomatiche durante la Prima guerra mondiale (fu interventista e volontario), poeta, docente di Estetica (cattedra appositamente creata per lui nel 1926 dall'Università degli Studi di Milano), Borgese fu un alto papavero della cultura del primo '900, e non solo italiano: aveva un'autorevolezza tale che nel 1952 il suo nome fu proposto per il premio Nobel per la Pace (dopo la Seconda guerra mondiale aveva fondato un Comitato per una Costituzione mondiale, e sognava gli Stati Uniti d'Europa...).

Comunque, il nodo - parlando di Borgese - sono i suoi rapporti col Fascismo, argomento che attraversa molte pagine dei diari. Quando lo scrittore decide di accettare l'invito che gli fa l'antifascista Lauro De Bosis a trasferirsi negli Stati Uniti per tenere un ciclo di lezioni all'Università della California, nel '31, Borgese è già stato preso di mira da studenti del Guf per le sue posizioni sulla questione adriatica, e due suoi allievi vengono aggrediti e picchiati. Mussolini stesso - temendo la propaganda negativa di un Borgese perseguitato - interviene a suo favore. Ma la situazione ormai è incrinata. Unita ad altre insoddisfazioni e inquietudini personali e familiari, Borgese (il quale ha da poco iniziato a tenere il suo diario) a un certo punto fa il grande salto, Oltreoceano. E da lì non perdona nulla all'Italia fascista: «Io non sono un Mussolini's hope, un Mussolini's men; e credo in un altro Dio» (8 settembre '32); «Perché chiamare l'Italia Italia? Il suo vero nome è Mussolinia» (12 settembre '32).

Attenzione: quando nell'agosto 1931 il Regime impone la fedeltà ai professori universitari del Regno (e su 1251 accademici solo 13 oppongono rifiuto) Borgese si trova a insegnare all'estero alle dipendenze del ministero degli Esteri. E quindi il giuramento non gli viene richiesto né dal Console né dal Ministero, che anzi nel settembre 1932 lo autorizza a risiedere ancora un anno negli States. È lui stesso, così, a tagliare il nodo: nel 1933 sceglie di non firmare e di non tornare in Italia. Da lì il suo celebre j'accuse, cioè le due Lettere a Mussolini che, nate in forma privata, uscirono poi nel 1935 a Parigi sui Quaderni di Giustizia e Libertà.

Intanto, però, il temporaneo soggiorno accademico era già diventato esilio. La famiglia italiana viene abbandonata (tranne l'amatissima figlia Nanni che resta con lui). E l'orizzonte politico ed esistenziale di Borgese è del tutto cambiato.

Leggendo le pagine del diario si intuisce che, mito dell'esilio a parte, l'idea di partire per l'America e soprattutto di restarci, nasce - oltre che dai dissidi familiari - da un altro «progetto». E cioè non tanto opporsi da lontano alla tirannia mussoliniana, ma cambiare vita e dedicarsi completamente alla propria opera. La rigenerazione dell'umanità, per lui, non passa dalla caduta del Duce, ma dalla stesura dei suoi testi letterari e filosofici (a partire dal poema Atlantide, che resterà però incompiuto). E tutto ciò, semplicemente, lo scrittore lo può fare meglio là che qua.

In realtà i diari raccontano molto del Borgese uomo e studioso, e molto poco del Borgese antifascista. Qui dentro si possono leggere i suoi ricordi di infanzia, i suoi studi (si interessa di psicologia e psicoanalisi), i suoi autori più amati, Dante in primis («Un italiano, che sia veramente italiano, ha sempre in mente Dante», 26 agosto '32; «Credo che nessuno scrittore italiano abbia studiato Dante meno di me; ma credo che nessuno lo abbia tanto reincarnato - virtualmente, s'intende, a little of Dante - nelle sue posizioni estetiche, poetiche, politiche, religiose, ricondotte al pensiero moderno», 25 gennaio '33). Si possono gustare i suoi giudizi spietati, su Benedetto Croce ad esempio («Il Croce: una grande biblioteca, una media mente, un piccolo cuore», 6 aprile '31; «Croce muore impiccato all'albero della sua filosofia», 11 gennaio '33; «O Croce! è bello essere lontano da codesto paese di tiranni e camerieri», 17 gennaio 33), oppure sui suoi connazionali: «Gl'italiani sono indisciplinati ma non liberi; e come vi potrebbe essere libertà senza disciplina? Ciò spiega presso di essi il successo delle tirannidi» (9 novembre 1933).

Qui si trovano la testimonianza dei suoi contatti con i fuoriusciti italiani («Verso le 5 andai alla Widener a trovar Salvemini. Gli consegnai le 14 cartelle del documento dicendogli: Ecco il mio atto di suicidio. Perché suicidio?, disse egli Una nuova vita. Io ho ricominciato la vita tre volte. Mi raccontò poi che quando decise di non tornare in Italia ebbe mesi di agonia. Che barba bianca! E che sguardi! Pareva un leone malato, eppure indomabile», 7 luglio '34), e le sue frequentazioni mondane e culturali, fra teatri, reading, pranzi in casa Kennedy, musical e film: «Sono andato con Emma al Calvin per vedere Katharine Hepburn in Little Women. È un'attrice dotata, anche se agra. Il viso a teschio, più che gabbiano, e la voce poco educata le nuoceranno» (9 gennaio '34). E impagabili lampi aforistici: «Ora finisce la mia biografia e comincia dunque la mia opera». Otto agosto 1935.

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