De Maistre ci insegna a viaggiare in una stanza

Torna il libro in cui il pensatore settecentesco dimostrò che la mente resta sempre libera

De Maistre ci insegna a viaggiare in una stanza

Il viaggio intorno alla propria camera è quello che noi italiani stiamo sperimentando nell'anno di grazia 2020. La retorica dell'emergenza, sanitaria e no, ci dice che è per il nostro bene e sarà senz'altro così, ma resta insopportabile quel misto di buoni sentimenti e punizioni esemplari, di scientismo e tecnicismo in salsa bullista, che quotidianamente la supporta.

Il Viaggio intorno alla mia camera è quello che Xavier de Maistre raccontò a fine Settecento e che nel tempo assunse le dimensioni di un piccolo classico. Quando lo scrisse era già scoppiata la Rivoluzione francese, quando venne pubblicato avevano tagliato la testa a Luigi XVI e trasformato in esule e proscritto l'autore del libro. Tempi di ferro, insomma, a cui però, costretto agli arresti domiciliari, il ventisettenne de Maistre non intendeva pensare: gli interessava difendere la propria libertà e felicità interiore. L'edizione del Viaggio che recupero in uno scaffale della mia libreria è una Utet, collana I grandi scrittori stranieri, stampata a Torino nel 1945, tempi di ferro anche qui e sarà una coincidenza che quando le epoche si facevano feroci ci si rifugiasse nell'intimità di sé stessi. Adesso però che, con il Covid-19, ancora sperimentiamo tempi di ferro, il Viaggio intorno alla mia camera riappare come nuovo (traduzione di Gianluigi Saraceni, Tarka editore, 128 pagine, 12,50 euro) le coincidenze diventano dati di fatto e vale la pena ragionarci sopra. Ma, prima di tutto, chi era de Maistre?

Nemmeno trentenne, lo abbiamo detto, all'epoca in cui si rivelò scrittore, Xavier de Maistre era un militare di carriera, il mestiere delle armi che, in alternativa all'abito talare, era l'unica professione percorribile per chi, nobile d'origine, non fosse il primogenito della sua casata. Figlio del conte François, presidente del Senato di Savoia, oggi diremmo della corte d'Appello, Xavier era il penultimo di dieci figli. Il genio di famiglia era il fratello maggiore Joseph, l'autore dell'Elogio del boia e delle Serate di San Pietroburgo, il più brillante spirito reazionario dell'epoca e uno dei critici più acuti della Rivoluzione dell'89.

Un anno dopo che questa è scoppiata, il tenente Xavier de Maistre si vede messo agli arresti per 42 giorni: il regolamento militare dell'esercito piemontese proibisce il duello e lui l'ha infranto. Perché, non si sa, onore o donne poco importa, ma per il giovane ufficiale che si diletta con la pittura e ha assaporato il rischio di un'ascensione in pallone, la seconda dopo quella dei fratelli Montgolfier, il motivo ha poca importanza: pur ironizzando sugli spadaccini di professione, sa che è un tributo da pagare alle convenienze e alle convenzioni sociali del tempo.

Scontati gli arresti, esorcizzandoli con la scrittura del Viaggio, de Maistre mette il manoscritto nel suo bagaglio di ufficiale e parte per la campagna militare in difesa della Savoia, su cui sta per abbattersi l'esercito rivoluzionario francese. Marce, contromarce, battaglie e disastro finale. Il reggimento viene sciolto, lui trova rifugio ad Aosta, si innamora di una bella vedova, il matrimonio sfuma per l'opposizione dei familiari di lei, resterà il suo grande amore.

Con il trattato di Cherasco, l'esercito piemontese viene incorporato nelle armate francesi, ma Xavier, monarchico, aristocratico e cattolico, non vuole avere niente a che fare con la Francia repubblicana della Rivoluzione in attesa di diventare quella imperiale di Napoleone. Fa in tempo a raggiungere in Svizzera le armate zariste di Suvorov, fermate nella loro penetrazione a occidente dal generale francese Massena, le segue nella loro ritirata verso oriente. Adesso è maggiore ausiliario straniero nell'esercito dello Zar, diviene anche il ritrattista alla moda dell'aristocrazia russa.

Nel maggio del 1803, l'arrivo a Mosca del fratello Joseph come ministro plenipotenziario del re di Sardegna, lo fa rientrare nei ranghi dell'ordine. Promosso tenente colonnello, nominato direttore di dipartimento dell'Ammiragliato, la burocrazia non fa però per lui. «Il capitano Pococurante» lo chiama il fratello maggiore, che lo ama, non lo capisce, ma lo protegge. È più a suo agio, Xavier, con la pittura, si interessa di fisica, scrive qualche fantasticheria, è soprattutto un dilettante. Che sia uno soldato però non lo dimentica: combatte valorosamente nelle campagne contro Napoleone e contro i turchi nel Caucaso. Nel 1807 sposa una dama d'onore della zarina.

Divenuto generale, nel 1815, quando Napoleone è infine sconfitto, de Maistre si dimette dall'esercito. Resta ancora per un decennio a Mosca, poi decide di rifare a ritroso il viaggio che trent'anni prima lo aveva visto imboccare la via dell'esilio. Arrivato in Francia, si accorge di essere famoso a sua insaputa. Quel Viaggio, uscito una prima volta a Torino nel 1794 per volontà del fratello e una seconda a Pietroburgo nel 1812, è divenuto una sorta di livre de chevet della Restaurazione. È il racconto delle illusioni svanite, dell'ansia della speranza, della rassegnazione virile delle fede. C'è l'idea che il male e il bene non sono a nostra disposizione e l'arte della vita non è altro che trarre il miglior partito dalle circostanze. Scettico di fronte alla realtà, davanti all'immensità della creazione, il cielo stellato che contempla dall'abbaino della sua camera, l'osservazione di un insetto, di un fiore, di un dolce volto femminile, Xavier resta commosso e stupefatto, riconciliato con sé stesso e quindi con la vita. Per sé aveva dettato un epitaffio che diceva: «Ci gît, sous cette terre grise/Xavier, qui de tout s'étonnait;/Demandant d'ou venait la bise/Et pourquoi Jupiter tonnait./Il étudia maint grimoire/Il lut du matin jusqu'au soir/Et but enfin à l'onde noir/Tout surpris de ne rien savoir».

Nel Viaggio si respira insomma quell'aria svagata e disinvolta, la cosiddetta leggerezza settecentesca, che la generazione sopravvissuta allo sconvolgimento rivoluzionario riviveva come un sogno perduto. Non c'era nessuna idea di reclusione voluta, di fuga dal mondo, di clausura, di penitenza imposta perché meritata... Aristocratico, consapevole, come George Sand, che siamo fatti «di terra e cielo, né angelo né bestia, con qualcosa di più intenso nel pensiero rispetto al primo e nell'istinto rispetto al secondo», de Maistre scriveva il suo piccolo manuale di sopravvivenza, ironico e disincantato. Tutto ciò che esiste fuori di noi, in realtà è nella nostra mente: «Oggi alcune persone dalle quali io dipendo pretendono di restituirmi la mia libertà. Come se me l'avessero mai tolta. Come se fosse in loro potere togliermela per un solo istante e impedirmi di correre a mio piacere il vasto spazio sempre aperto davanti a me!». E tuttavia. «Tuttavia non mi sono mai accorto più chiaramente che io sono doppio. Mentre rimpiango i piaceri immaginari mi sento consolato per forza, un'energia occulta mi trascina. Essa mi dice che ho bisogno dell'aria aperta, e che la solitudine assomiglia alla morte». Si può felicemente viaggiare intorno alla propria camera per 42 giorni. Purché al quarantatreesimo felicemente si possa uscire.

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