"Da Detroit alla Scozia. Così i luoghi in rovina diventano santuari della natura selvaggia"

Un viaggio in dodici "Isole dell'abbandono" riconquistate dalla vita, animale e vegetale

"Da Detroit alla Scozia. Così i luoghi in rovina diventano santuari della natura selvaggia"

A Inchkeith, un'isola vicino a Edimburgo, dalla fine della Seconda guerra mondiale non abita più nessuno. Però, quando arriva il freddo, compaiono le foche, per partorire in tranquillità. Non lontano, sulla terraferma, nel Lothian Occidentale, ci sono i cosiddetti bing: collinette rosse, anche dette le Cinque sorelle, che sono cumuli di detriti, residui giganteschi delle miniere di scisto (l'ultima delle quali ha chiuso nel 1962). Scarti. Dove però è stata registrata la presenza di oltre 350 specie di piante, più chqe sul Ben Nevis, per restare alle alture del luogo. E poi, a Nicosia, nella «zona cuscinetto» fra il territorio cipriota e quello turco, c'è una terra di nessuno laddove «nessuno» è soltanto l'umano, perché vi si trovano 358 specie di piante, 100 di uccelli, 20 di rettili e anfibi e 18 di mammiferi. Ecco, queste sono alcune delle Isole dell'abbandono raccontate da Cal Flyn, giornalista e scrittrice scozzese che ha viaggiato in dodici luoghi, da Chernobyl alla foresta proibita di Verdun, da Detroit al cimitero delle navi di Arthur Kill, seguendo, come spiega il sottotitolo, il filo della «Vita nel paesaggio post-umano». Con questo suo libro/reportage, pubblicato dalle Edizioni di Atlantide (pagg. 344, euro 19,50), Cal Flyn ha vinto il Sunday Times Young Writer Award e la John Burroughs Medal, che ha ricevuto a New York lunedì. Infatti risponde via zoom dalla Grande Mela.

Come ha scelto questi dodici luoghi?

«Il primo dove sono andata è stato Chernobyl, il più famoso di tutti. Gli altri sono il risultato di una combinazione fra la drammaticità del sito e la possibilità di illustrare il tema principale. Poi sono stata fortunata».

Cioè?

«Beh, ho digitato giardino botanico abbandonato su Google e ho scoperto che ne esisteva uno ad Amani, in Tanzania. Un luogo controverso, perché è un ecosistema in cui convivono specie di tutto il mondo, ma racconta bene gli effetti a lungo termine dell'interazione umana. E, quando sono arrivata ad Amani, dove alloggiavo c'erano due scienziati che mi hanno regalato una chiavetta Usb con tutti i documenti scientifici rilevanti che avevano raccolto...»

Il viaggio comincia da casa sua, in Scozia, fra le colline di detriti.

«Conoscevo poco i bings, pur essendoci passata davanti centinaia di volte. E poi ho letto della biodiversità che si è sviluppata da zero in questi luoghi, un tempo completamente sterili. Un esempio perfetto di ciò che volevo raccontare, e lo avevo trovato a cinque miglia da casa...»

Vive a Edimburgo?

«Ci vivevo fino a poco tempo fa, ora abito alle Orcadi».

Non sull'isola deserta di Swona, però... Dove vivono solo i discendenti del bestiame degli ultimi abitanti...

«Lì vicino. Devo dire che, quando sono rimasta a Swona da sola, ero piuttosto spaventata. Forse è stato il viaggio di maggiore tensione, dal punto di vista emotivo: è strano fare esperienza di una solitudine così estrema».

Che cos'è una «terra desolata» per lei?

«Prima, una terra desolata mi sembrava un sito senza valore, utilizzato e poi abbandonato; ora non è più così, perché molti di questi luoghi si sono rivelati interessanti dal punto di vista ecologico. Diciamo che hanno goduto delle circostanze».

Come?

«Gli invertebrati soprattutto, gli insetti e i rettili hanno bisogno di habitat diversi e molto vicini uno all'altro per proliferare: pozze d'acqua, pezzi di muri distrutti, spuntoni di alberi morti... Sono animali che beneficiano del disordine e dello sporco: per noi è brutto, per loro è un parco di divertimenti».

Dove ha trovato gli animali più sorprendenti?

«Innanzitutto a Chernobyl, dove ce ne sono moltissimi, grazie all'assenza di disturbo da parte degli umani. Appena si entra nella Zona di alienazione, la prima cosa che colpisce è il rumore: uccelli che cantano sugli alberi, bramiti di cervi che combattono fra loro...»

E poi?

«Sull'isola di Montserrat, dove la capitale e gran parte del territorio sono stati distrutti dalle eruzioni vulcaniche. In un supermercato, ancora sommerso di cenere, c'era un'iguana che scorrazzava su e giù. E poi, in una piccola chiesa, appesi al soffitto c'erano decine di pipistrelli: avevano trovato una nuova caverna».

Queste terre distrutte diventano delle riserve naturali?

«Sì. Nel caso di Montserrat, l'accesso è complicato e questo fa sì che stia ricrescendo una ampia area di habitat tropicale. Una foresta molto protetta dagli umani».

Non è un paradosso?

«Assolutamente. In certi casi abbiamo fatto sì che accadessero cose terribili, ma sono emersi dei vantaggi imprevisti. Il potere curativo della natura è più forte della tragedia e la sua forza di rinascere ci dice molto di noi e del nostro futuro».

Le immagini di Detroit sono impressionanti: come fa una città così grande a essere un'isola dell'abbandono?

«Il problema, in questo caso, non sono solo gli edifici vuoti, ma quello che chiamano blight, moria. Un declino che ha un effetto sulla mente umana: gli edifici in rovina ci fanno paura e sembrano avere anche effetti depressivi. La città infatti ha deciso di demolire molti di questi luoghi».

E poi che cosa è successo?

«Oggi ci sono aree enormi, anche in pieno centro, che sono distese d'erba, dove si vedono cani, cervi, mammiferi, uccelli... Vicino al fiume ci sono anche i castori».

Il luogo più brutto?

«Penso Arthur Kill, a Staten Island».

Il cimitero delle navi, dove doveva stare attenta perfino a uno schizzo d'acqua?

«Lì ho capito quanto può essere serio il danno prodotto dall'uomo. Una contaminazione chimica, unita alle radiazioni rilasciate, che potrebbe durare migliaia di anni. Per sempre, dal punto di vista umano. Questo è un tipo di danno da cui la natura potrebbe non riuscire mai a riprendersi, a cui ci si può solo adattare, come ha fatto il killifish, un pesce che sopravvive anche in questi luoghi. Solo poche specie, però, sono in grado di riuscirci».

Il luogo più sorprendente?

«Non è drammatico, ma direi le vecchie coltivazioni in Estonia. Parliamo di migliaia di ettari di terra, soprattutto nell'ex Unione sovietica, che prima era agricola e poi è stata abbandonata: un'area che entro il 2030 potrebbe essere grande quanto l'Italia e che sarà importantissima, dal punto di vista ambientale. Una vera scoperta».

Perché combatterà l'inquinamento?

«Certo. Ed è per questo che dobbiamo dare valore a queste nuove foreste che stanno crescendo. Le considerano danneggiate, ed è vero che non sono antiche ma, con gli anni, lo diventeranno. Sono ampie e saranno importanti per il nostro futuro».

Il suo è un messaggio di speranza?

«Direi di sì. Sono preoccupata di ciò che facciamo all'ambiente; ma per me la paura non è stimolante, cerco sempre la speranza. E ho scoperto che la natura guarisce di più, e più in fretta, di quanto ci aspettassimo. Quindi dobbiamo concentrarci sul fare meno danni, e rispettare di più i modi in cui la natura riconquista terreno».

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