Ecco il buon soldato Berk figlio di Zupan e della guerra

Nel solco di Haek e di Hrabal, il romanzo datato 1975 si aggira fra campi di battaglia e illuminazioni poetiche

E che ne sappiamo della letteratura slovena? È già tanto se sappiamo che il principale autore sloveno vivente è un grande triestino: Boris Pahor, nato a Trieste nel 1913, autore di uno dei romanzi più inquietanti del Novecento, Necropoli. Trieste era il principale porto dell'Impero austro-ungarico e questa vocazione imperiale, ossia sovranazionale, percorre tutta la letteratura mitteleuropea da Italo Svevo (che si è inventato un nome proprio per esaltare questa ricchezza e duplicità) a Claudio Magris, da Franz Kafka a Jaroslav Haek. Anzi, proprio il capolavoro di Haek, Il buon soldato Sc'vèik, ha avuto diversi figli e figliastri. Uno degli ultimi e dei meglio riusciti è quello dello sloveno Vitomil Zupan (1914 - 1987) con il romanzo-diario-zibaldone, di guerra e di pace: Minuetto per chitarra (a venticinque colpi) del 1975, stupendamente tradotto e curato da Patrizia Raveggi per l'intrepida casa editrice Voland (pagg. 517, euro 20). È un flusso incontenibile di parole. Irrefrenabile come fu la crudele, cruenta guerra partigiana nei Balcani. Ogni grande romanzo - e questo lo è - è anche storia e tragedia, ironia e rappresentazione autoironica.

Siamo in Slovenia, e l'azione inizia su un tram di Lubiana con Berk, il protagonista, alter ego del partigiano Zupan, che decide di raggiungere le formazioni partigiane in una nazione allo sbando: una parte del Paese è occupata dai tedeschi, una parte della popolazione è a favore del vecchio Regno di Jugoslavia, con la Croazia in mano agli ustascia di Ante Pavelic, mentre Lubiana, l'Istria e l'interno della sfera d'influenza italiana è in pieno sfacelo dopo l'8 settembre. Per un lettore italiano è doloroso apprendere, da una prospettiva insolita, come il nostro esercito, abbandonato dal Re e compagnia cantante, si fosse disgregato, liquefatto, salvo alcune formazioni di corpi speciali. Berk dunque combatte contro i tedeschi con i titini nell'Esercito di Liberazione Nazionale, senza divise, ma solo con un pezzo di feltro con la sagoma della stella rossa a cinque punte, cucito su un copricapo.

Il romanzo è tutto un camminare, un incespicarsi su colline, cime, valli, là dove «fischia il vento e infuria la bufera». Romanzo storico, romanzo politico, ma soprattutto un'immensa descrizione di boschi, alberi, villaggi, masserizie, capanne. La natura non è solo un elemento di sfondo, ma diventa protagonista e si prende la scena: «Una roccia grigio-biancastra, in parte coperta da un muschio basso leggero con attorno cespugli di mirtilli - una vista così idilliaca, salubre, attraente, che uno si sarebbe potuto fermare lì, a mangiarsi i dintorni, facendo uno spuntino di quel piccolo giovane abete croccante, e un po' di corteccia bianca di betulla».

Vi è sempre un elemento sfrenato, pantagruelico, che sconfina dalla cornice del romanzo realistico di guerra, come un'energia indomabile che interagisce con Berk e i suoi compagni, giovanotti mai mitizzati, reali, semplici, mentre Berk è già - come Zupan - complesso, scettico, sarcastico, un anarchico, un ribelle senza retorica e senza ideologie. Si percepisce in filigrana un racconto picaresco, linguisticamente ricco che si esalta in un inventato neobarocco, quello che abbiamo conosciuto in Haek e soprattutto nel Hrabal di Treni strettamente sorvegliati. Sì: nella letteratura mitteleuropea - quella che incantò Ripellino in Praga magica - vi è una corrente fredda, quella di Musil, e una corrente calda, quella di Joseph Roth, del Miroslav Krleza di Il Dio Marte croato e del buon soldato Berk.

E come doveva finire il partigiano Zupan? Nel carcere del maresciallo Tito. Condannato in un processo farsa a 18 anni (successivamente scontati a 6) per aver rischiato la pelle per «conquistare la rossa primavera dove sorge il sol dell'avvenir». Zupan, marinaio, uomo di fatica, maestro di sci, pugile, viveur, non era omologabile nel socialismo reale. Eppure in questa rude biografia vi è una gentilezza matura che affiora improvvisa e tenera, anche nelle scene erotiche: «Le ho appoggiato una mano sulle spalle, ho sentito il calore della sua carne, mi è sembrato che fremesse lievemente, qualcosa come il palpitare delle piume di un uccello, e quel tremore me lo sono portato via nel palmo destro, come una promessa».

Un avventuriero, un partigiano e sempre un poeta. Troppo individualista per il nuovo regime, libero come liberi sono gli artisti autentici. Zupan lo era anche nel campo di concentramento italiano a Gonars e poi nelle poche accoglienti patrie galere jugoslave. Tuttavia in prigione scrisse decine di migliaia di fogli, soprattutto poesie, che ora sono state pubblicate in sei volumi. Fogli che passava clandestinamente fuori del carcere. Una volta libero, esule in patria, si dedicò completamente alla scrittura e questo suo romanzo picaresco è anche una miniera di citazioni raffinate e colte, di sterminate letture che hanno fatto esplodere la struttura tradizionale del romanzo di guerra per creare una scrittura labirintica in cui ci si perde insieme al protagonista e alle sue meditazione sulla vita e sulla morte, il potere, l'amore, il sesso e l'amicizia, come quella che lega Berk ad Anton, un silenzioso e ironico partigiano che muore a guerra finita per un banale incidente, quasi un segnale dell'insignificanza degli eventi per giungere - come una rivelazione - all'estrema verità della vita, che si manifesta alla fine del lungo «minuetto per chitarra» (suonata spagnola ispirata a Mozart): «Ma la nube in cielo non è solo nei sogni? Ma questo è un sogno - oppure il sogno era quel non-essere irreale, onirico? Arrivano sempre più dei momenti in cui un uomo si stupisce... ma sono vivo, allora? Muore a poco a poco e riprendere a vivere, tutto il tempo».

E per riprendere il cammino della vita Zupan crea un sottile effetto di straniamento, interrompendo il flusso del racconto di guerra e di sangue con la narrazione di una vacanza e di un incontro in Spagna negli anni '70 di Berk con Joseph Bitter, ex ufficiale tedesco, con cui gradualmente sorge una dimestichezza nei ricordi di guerra. Bitter era stato in Grecia, nei Balcani e infine in Slovenia dove era pure Berk, dall'altra parte del fronte. Un dialogo assurdo di reduci che l'ironia della letteratura redime nella narrazione, perché - come affermò Martin Buber - ogni racconto è una redenzione.