La Fallaci suona la sveglia all'Occidente

Dal Vietnam al Kuwait, per raccontare la verità: anche sul "risveglio" islamico nel 1991

La Fallaci suona la sveglia all'Occidente

«Le scoperte e le prese di coscienza definitive avvengono solo dopo le grandi tragedie: si direbbe che l'uomo, per dare qualcosa di bello, abbia bisogno di piangere». Di lacrime, in Sveglia, Occidente. Dispacci dalle guerre dimenticate (Rizzoli, pagg. 464, euro 19) Oriana Fallaci ne versa molte. L'Oriana va alla guerra, anzi, alle guerre, da quelle dimenticate a quelle che tuttora impegnano il nostro futuro, dal terzo conflitto indo-pachistano alla prima Guerra del Golfo contro Saddam Hussein, invasore del Kuwait. Nel libro c'è anche il Vietnam nel 1969; il Medio oriente l'anno dopo, nascosta con i guerriglieri arabi di Al Fatah nelle loro basi segrete; la Cambogia con interviste ai soldati americani che si ammutinavano in gruppo e sui quali il governo lasciava cadere il silenzio; la Bolivia con i preti «in blue-jeans» della Teologia della liberazione; Haiti, con una intervista al dittatore Jean-Claude Baby Doc; e tanto altro, tra cui una lettera sulla cultura, che vi presentiamo in questa pagina. Di inedito, non c'è nulla. Sono reportage pubblicati dall'Europeo negli anni Sessanta-Settanta, con l'eccezione di quelli dal Golfo, che risalgono al 1991.

La parte forse più interessante riguarda proprio il Kuwait. Ai lettori del settimanale, la Fallaci racconta il disastro ambientale causato da Saddam, che incendiò i pozzi. La Fallaci attraversa la Nuvola Nera sprigionata dal petrolio in fiamme e ha un netto presentimento della propria morte: «Da questa guerra torno con una ferita che non si vede. Perché non è una ferita esterna, una ferita che sanguina e lascia una cicatrice sulla pelle. È una ferita nascosta dentro i miei polmoni, una ferita che si rivelerà chissà quando. Tra sei mesi, tra un anno, tra due?». Si dirà sempre convinta che il tumore contro il quale lotterà come un leone sia dovuto alla Nuvola Nera. Non è la sola illuminazione. La società del Kuwait, composta da ricchissimi sceicchi, non ha opposto vera resistenza a Saddam. Gli americani non sono visti di buon occhio, fanno comodo in quel momento, perché evitano all'aristocrazia dell'oro nero di prendersi troppo disturbo.

Sul punto, in quel periodo, la Fallaci è molto più esplicita sulle colonne del Corriere della Sera: «Eh, sì: nessuno ne parla perché chi se n'è accorto ritiene che sia meglio non toccar l'argomento, non svegliare la tigre che dorme. Ma c'è una guerra dentro la guerra, quaggiù». Il risorto anti-americanismo schiera i sauditi contro gli occidentali. I soldati della coalizione non sono visti come liberatori e nessuno vuole che si fermino nelle terre sacre dell'islam. Questa «guerra nella guerra», scrive la Fallaci, è guidata dai «mullah dei quartieri periferici e delle moschee meno importanti, cioè i preti estranei all'oligarchia religiosa che assieme ai cinquemila principi della famiglia reale domina il Paese» (l'articolo si può leggere in Le radici dell'odio. La mia verità sull'Islam, Rizzoli). Al Qaeda nasce proprio dalla «guerra nella guerra». Osama era ossessionato dalle basi statunitensi in Arabia Saudita. Per chi voleva capire le motivazioni dell'11 settembre 2001, era tutto già scritto (e non solo dalla Fallaci) nel 1991. Le autorità militari le avevano lasciato vedere poco ma Oriana aveva capito l'essenziale. Di fronte alle sue rimostranze, un militare armato di Rpg grida: «Lei è qui per farci propaganda!». Risposta: «No, signor mio. Sono qui per raccontare la verità».

A posteriori, sfogliando l'indice, si può pensare, a ragione, che la Fallaci avesse visto in anticipo il mondo multicentrico di oggi, fondato su più superpotenze, e su potenze regionali talvolta non meno pericolose. Per questo, scontri all'apparenza meno «vistosi» del Vietnam furono trattati dalla Fallaci con grande cura. La questione indo-pachistana, con coinvolgimento del Bangladesh, è potenzialmente pronta a esplodere, letteralmente, a colpi di atomica. Ignorarla non è saggio.

La Fallaci esigeva di essere chiamata «scrittore», al maschile, e disprezzava l'idea che alle donne fosse assegnato un ruolo particolare in ragione del sesso. D'altro canto, proprio l'attenzione al ruolo delle donne è una costante della carriera di Oriana, fin dagli esordi del Sesso inutile (Rizzoli, 1961) o Penelope alla guerra (Rizzoli, 1962). Qui ne troviamo testimonianza nell'intervista alla socialdemocratica Sirimavo Bandaranaike, prima donna premier al mondo (a Ceylon, che oggi si chiama Sri Lanka) e subito alle prese con una difficilissima situazione politica.

Con i reportage si può fare Storia? Dipende. La Fallaci ci è riuscita.

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