La fede e la dottrina di Wojtyla, il Papa che difese vita e libertà

Nel nuovo libro di Monsignor Fisichella un excursus attraverso tutte le encicliche del pontefice polacco

La centralità di Cristo e il rapporto con Maria, la tensione all'unità dei cristiani e lo slancio evangelizzatore della Chiesa, il passaggio al Terzo Millennio e il ruolo del Giubileo, l'attenzione al tema della misericordia, le radici cristiane dell'Europa, che deve respirare con i due polmoni dell'Oriente e dell'Occidente. Ma anche il rapporto tra fede e ragione, il primato della persona umana, la tutela della vita dal suo concepimento alla morte naturale, la condanna del comunismo, del totalitarismo, del relativismo e del nichilismo, il progresso della scienza e la dottrina sociale della Chiesa. C'è tutto questo nel volume Dentro di me il tuo nome (ed. San Paolo, 336 pagine, 25 euro) scritto da monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, nelle librerie da oggi e scritto in occasione del centenario dalla nascita di Karol Wojtyla, il 18 maggio.

Un viaggio attraverso le 14 Encicliche scritte dal Papa polacco nel corso dei suoi 26 anni di Pontificato e che tracciano i punti programmatici del Papa santo. Ad analizzare e commentare i testi uno dei teologi italiani più autorevoli, per molti anni stretto collaboratore di Wojtyla e ponente della sua causa di beatificazione e canonizzazione.

«Dentro di me il tuo nome è uno degli ultimi versi del Trittico romano con il quale Giovanni Paolo II ha concluso la sua opera letteraria. Parole che portano con sé un vero anelito verso l'eterno e l'infinito», scrive l'autore. E proprio per comprendere «il suo modo di pensare e di esprimersi» si deve far riferimento al suo essere un poeta. «In ognuna delle encicliche scrive mons. Fisichella emerge qua e là un tratto di poesia che, lontano dal fraintendere o equivocare, permette invece di penetrare maggiormente in profondità nei contenuti espressi».

Un pontificato, quello di Wojtyla, che può racchiudersi in tre periodi: l'elezione del primo Papa non italiano, dopo quattro secoli; l'attentato nel 1981 (un gesto che mostra «l'intreccio di interessi nascosti che ruotavano intorno all'elezione di un Papa che proveniva dall'Est ancora sotto il dominio del regime comunista»); il terzo periodo, «segnato maggiormente dalla malattia e dal dolore».

Il viaggio inizia dalla Redemptor hominis, la prima Enciclica in cui emergono i termini programmatici del pontificato di Wojtyla, «punto di riferimento ineliminabile per capire chi sia stato questo uomo, divenuto sacerdote per vocazione, vescovo per grazia e Papa per un misterioso disegno di Dio». Per poi attraversare i temi della misericordia che «esce dall'emarginazione a cui era stata relegata per diventare a pieno titolo un contenuto teologico imprescindibile» (tema ripreso con lungimiranza da Papa Francesco nel Giubileo della misericordia), quello dell'evangelizzazione, a cui Wojtyla dedica tre encicliche.

Sullo sfondo permane l'esperienza umana di un Papa che ha vissuto le oppressioni del comunismo e che ha mostrato «i tratti più violenti della sua protervia ideologica con l'eliminazione di ogni libertà a partire da quella elementare della libertà religiosa», osserva mons. Fisichella. «L'uomo è sempre un fine, mai un mezzo. Intorno a questa centralità si comprendono le critiche al marxismo, al liberalismo e al nichilismo. In tutte queste ideologie, infatti, l'uomo non è pensato nella sua attiva e dinamica soggettività, ma in una passiva sottomissione alle diverse leggi di mercato o delle ideologie».

L'autore si sofferma poi su Fides et ratio, l'Enciclica che «ha fatto e farà ancora discutere, ma rimarrà come una pietra miliare nella storia della dottrina cristiana» e sull'Evangelium vitae, una «autentica difesa della vita umana contro ogni tentativo di relativizzarla o strumentalizzarla a fine di mera convenienza o sperimentazione scientifica». «La promozione e la difesa della vita per la Chiesa osserva il fine teologo - sono un impegno e un obbligo. Esso inizia dal primo istante del concepimento della vita umana e giunge fino alla sua conclusione naturale. Pretendere che la Chiesa sia afona su simili tematiche equivale a non aver compreso la sua natura né la sua missione». Prosegue mons. Fisichella: «Gli ingenti investimenti che vengono fatti per favorire la cultura dell'aborto, della contraccezione, delle diverse tecniche di riproduzione artificiale e diagnosi prenatale, giungono a comporre una congiura contro la vita che dai singoli si estende fino a stravolgere lo stesso concetto di diritto e di sistema giuridico».

Sul tema dell'aborto, e della condanna che ne deriva da Wojtyla, monsignor Fisichella sottolinea come «molte cose si possono rimproverare agli uomini di Chiesa in diversi momenti della sua storia bimillenaria, ma su questi temi la nostra posizione permane da sempre cristallina, immutata e proprio per questo credibile. L'aborto costituisce un grave disordine morale. Nessuna legge può autorizzarlo o giustificarlo e nessun credente può dare il proprio apporto. Davanti a una legislazione che ammette l'aborto e l'eutanasia che il parlamentare cattolico non può mai votare egli, comunque, può proporre direttamente o favorire con il suo voto una legge che ne limiti gli effetti».

La sfida che attende la Chiesa nei prossimi decenni è sui temi di bioetica. «La Chiesa conclude l'arcivescovo - non potrà mai essere contro il progresso della scienza, quando questa tende ad esprimere al meglio l'ordine impresso nella creazione e a debellare la malattia e la sofferenza. La scienza, comunque, non può vivere senza regole e quando essa inizia la sua sperimentazione deve necessariamente considerare la vita umana per ciò che essa stessa è: vita dell'uomo. La Chiesa dovrà essere una sentinella che vigila nella storia. In alcuni momenti la sua opera sarà apprezzata, in altri verrà contestata. Ciò che essa dovrà tenere fermo, comunque, è la consapevolezza di far sentire sempre la sua voce profetica». Il ricordo personale che monsignor Fisichella custodisce di Papa Wojtyla è legato a due aspetti: la contemplazione e l'ascolto. «Sono stato diverse volte nella Cappella privata con Giovanni Paolo II racconta e rimanevo sempre impressionato dal fatto che perdeva il senso del tempo, entrava in una dimensione profonda, aveva un rapporto con il Signore straordinario e se non andava il segretario a spostarlo, rimaneva davanti al Santissimo chissà per quanto tempo. E poi, Giovanni Paolo II era una persona estremamente silenziosa, ascoltava tantissimo. Con lui c'era un rapporto davvero forte, mi conosceva bene, mi stimava e sapeva che lavoravo su tanti fronti».

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