Quel futuro pericoloso dei fratelli Strugackij nell'Unione Sovietica

Le loro opere distopiche sulla pervasività del regime furono bersagliate dalla censura

Quel futuro pericoloso dei fratelli Strugackij nell'Unione Sovietica

Ogni volta che i quei due licenziavano un nuovo romanzo, gli impiegati del Glavlit tiravano giù tutti i santi e le madonne di tutte le icone dell'impero. «Ecco, ci risiamo, tocca lavorarci sopra per chissà quanto tempo», pensavano dopo aver smoccolato. Perché quei due erano i fratelli Arkadij Natanovic Strugackij e Boris Natanovic Strugackij, i più indisciplinati, prolifici, creativi e dunque pericolosi autori della Russia sovietica, e perché Glavlit era l'acronimo di «Glavnoe upravlenie po delam literatury i izdatel'stv», cioè «Amministrazione centrale per la letteratura e le case editrici». In una parola, la censura.

Con il senno del poi, dove per poi si intende il post comunismo, il post squagliamento dell'Unione Sovietica, il post 1991, possiamo dire che gli Strugackij, essendo due e quindi ragionando e scrivendo con il «noi», furono i degni eredi di Zamjatin e, appunto, del suo romanzo Noi, prima denuncia letteraria del totalitarismo sovietico, allora agli albori (scritto fra il '19 e il '21, uscì in inglese nel '24, e in patria soltanto nell'88). In Noi Zamjatin proiettava nel futuro la sua narrazione distopica, ma ciò che contava era il che cosa, non il quando, nel senso che la collocazione nel futuro era una sorta di escamotage formale per uscire dal pantano del presente. Allo stesso modo agirono gli Strugackij nelle loro opere, dove il tempo (il dopo, ma anche il prima) è una variabile che non incide sul risultato dell'equazione, bensì serve a illustrarla meglio.

«Del Futuro - a essere onesti, mettendoci una mano sul cuore - del Futuro, l'unica cosa che sappiamo con un certo grado di sicurezza è che non coinciderà in nessun modo con qualunque idea possiamo avere di esso», ha affermato Boris, nato nel 1933 e morto nel 2012 (Arkadij, nato nel '25, morì nel '91, lo stesso anno dell'Urss), nella postfazione del loro La chiocciola sul pendio, uscito in edizione integrale e tradotto dal russo (diversamente dalla versione dall'inglese con il titolo Il direttorato, del '96, negli «Urania» Mondadori) da Carbonio Editore nel 2019. Ancora da Carbonio uscì l'anno scorso La città condannata, il romanzo più polifonico della premiata ditta, dove un russo dell'apparato staliniano, un altro russo contadino e anarchicheggiante, un tedesco nazista, un cinese, un giapponese e un ebreo sono tutti prigionieri di una città che sorge sull'orlo di un precipizio, e dove al posto del sole c'è una lampada che si accende e si spegne a comando di chi comanda. E ancora dalla postfazione di Boris apprendiamo quale fosse il loro realistico motto: «Scrivere per il cassetto della scrivania, in modo tale che non venga pubblicato, ma anche che non ci sia alcun motivo per essere arrestati».

Ma il primo romanzo della coppia a essere tradotto in italiano comparve nel '66, nella pionieristica collana «Fantascienza sovietica» delle Edizioni FER. Fuga nel futuro è la storia di una spedizione spaziale su un pianeta che ha le fattezze di un girone dantesco, dove torme di schiavi, peraltro colpiti da un misterioso e letale virus, rifiutano l'aiuto dei buoni venuti da lontano con l'intenzione di esportare, se non la democrazia, almeno un minimo di salute e di umanità. Il tema dello straniero civilizzatore giunto dalla Terra, questa volta in un mondo regredito a buio Medioevo, torna in È difficile essere un dio del '64 (Marcos y Marcos, 2005), dove il protagonista Don Rumata è preso dallo sconforto: «Sono venuto su questo pianeta per amare questa gente, per assisterla nel suo sforzo di svilupparsi, per dar loro la possibilità di vedere la luce. No, ho fallito. Come storico sono un fallimento». E qui gli Strugackij sembrano volerci dire: se è molto, ma molto dura migliorare il futuro, migliorare il passato (o la lettura del passato) è impossibile.

E se in Picnic sul ciglio della strada del '72 (Marcos y Marcos, 2002), da cui nel '79 Andrej Tarkovskij trasse ispirazione per il film Stalker, sono i terrestri, in un oggi che potrebbe essere esattamente oggi, ad accapigliarsi sui preziosi lasciti ultra-tecnologici di una civiltà aliena, il filosofo Valentin, a chi gli chiede che cosa significhino davvero quelle cose, risponde: «Sono risposte piovute dal cielo a domande che ancora non siamo in grado di porre». È come se gli altri, spiega il professore, avessero fatto un picnic sulla Terra (per inciso, siamo negli Stati Uniti, la patria della fantascienza canonica) e poi fossero ripartiti, lasciandoci i loro rifiuti che non sappiamo interrogare.

Un altro topos della letteratura distopica, quello del complotto e/o di un piano ordito da un ristretto consorzio di eletti, lo troviamo in Un miliardo di anni prima della fine del mondo del '74 (Marcos y Marcos, 2017), dove in un condominio di Leningrado, in un'atmosfera plumbea e claustrofobica da attesa pre-apocalittica, la scienza che sta per compiere un clamoroso passo in avanti viene stoppata da un potere che, orwellianamente, tutto vede e tutto conosce. E dove il protagonista Maljanov ci ricorda il Maestro perseguitato di un capolavoro sovietico-antisovietico, Il Maestro e Margherita di Bulgakov.

Dalla censura siamo partiti e alla censura torniamo, in questo percorso fra le creazioni dei due fratelli. Perché proprio oggi esce in italiano un altro loro romanzo finora inedito: L'isola abitata (Carbonio Editore, pagg. 360, euro 17,50, traduzione di Valentina Parisi). Andiamo alla consueta postfazione di Boris: «Iniziammo L'isola abitata senza alcun entusiasmo, ma ben presto il lavoro ci prese la mano. Scoprimmo che scrivere un romanzetto spensierato, innocente, di pura evasione era diabolicamente appassionante!». La modestia è eccessiva, almeno quanto l'accanimento dei correttori, che fecero la bellezza di 896 interventi. Senza tuttavia raggiungere il loro obiettivo. C'è da capirli, correva il 1968, e a Praga sfrecciavano i carri (allegorici, persino) dell'Armata Rossa, e anche nel romanzo, ambientato in un'isola che simboleggia il mondo intero, sfrecciano carri da guerra. Con a bordo uno straniero che però si muove come a casa propria. È, chiosa Boris, «un ragazzotto un po' scemo, un komsomolec del Ventiduesimo secolo, ideato e scritto dai suoi autori principalmente per soldi ». Per i locali, irreggimentati e quasi telecomandati dalle onde emesse da una foresta di «torri», quella specie di superuomo potrebbe rappresentare la salvezza, il ritorno alla libertà. Lo sarà? Seguiamolo con attenzione, perché ha molto da dirci sulla storia del Novecento.

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