Gentile e l'inquietudine del pensare alla morte

Per oltre 35 anni il filosofo s'interrogò sul tema che divenne centrale nella sua speculazione

Gentile e l'inquietudine del pensare alla morte

Se Giovanni Gentile fosse morto nel letto di casa con il conforto dei suoi cari, allora, eventuali suoi scritti sulla morte avrebbero il valore della curiosità e dell'erudizione. Ma il filosofo dell'attualismo, che fu ministro della pubblica istruzione con Mussolini, fu assassinato il 15 aprile 1944, davanti alla sua abitazione a Firenze da cinque comunisti dei Gap - Gruppi d'Azione Patriottica - con sette proiettili calibro 9 corto e l'omicidio politico fu subito rivendicato da Palmiro Togliatti. La sua morte non ha mai smesso di far discutere e ha prodotto pagine e pagine, tra le quali anche quelle, certamente tormentate, dei Taccuini di lavoro di Benedetto Croce. Chi incontrò Gentile, come ad esempio Mario Manlio Rossi, riferì poi del «presagio di morte» che il filosofo avvertiva e con cui viveva.

Dunque, se ci fossero inediti di Gentile sulla morte sarebbero grandemente importanti. Ci sono? Sì e sono stati ora pubblicati, a cura di Marina Pisano, da Le Lettere nel volume Inediti sulla morte e l'immortalità (euro 18). Si tratta di appunti inediti che ricoprono un tempo lungo della vita di Gentile, dal 1909 fino alla fine, e testimoniano come la meditatio mortis nel pensiero di Gentile fu costante fino ad essere, forse, un'ossessione e il tema centrale della sua filosofia.

Il 16 marzo 1909, a Palermo, Gentile scriveva: «Il difficile non è concepire l'immortalità, ma la morte. L'immortalità è identità, la morte differenza (corruzione). Lo stesso concetto della immortalità cioè della vita racchiude, sì, una difficoltà, ma in quanto racchiude, come suo momento, il concetto della morte. Non si vive se non morendo continuamente». Il filosofo, che aveva i suoi punti di riferimento in Bertrando Spaventa ed Hegel, inseriva il suo pensiero nel superamento dell'eleatismo che non individuava come uno dei problemi della filosofia ma, al contrario, come «il problema della storia della filosofia da Eraclito a noi»: tanto che se Emanuele Severino, nel 1964, poté scrivere il noto saggio Ritornare a Parmenide, Gentile invece avrebbe potuto dire di «ritornare ad Eraclito».

Tuttavia, ritorni a parte, che in filosofia sono sempre equivoci, la «difficoltà», come dice Gentile, non consiste nel concepire l'immortalità, ma la morte. Infatti, il 9 giugno 1920 scriveva: «Che è morte? Senza saper questo, si ignorerà sempre che sia immortalità. Morte o corruzione è cessar di essere. Essere prima, e poi non essere. Così pare. L'individuo già individuato si disindividua. Il nato, muore. Anticipiamo il futuro, e ci sorprende il pensiero della morte quando tutto il nostro essere sarà esaurito. C'è prima e poi: tempo; e in questo, l'istante che separa di un abisso l'essere dal non essere. Ma il tempo è delle cose che si pensano nel tempo, da chi supera il tempo nella compresenzialità delle sue parti. L'essere e il non essere sono perciò di coteste cose, e non di chi le pensa. Il nostro stesso essere è una nostra affermazione. Che cosa siamo? Rispondiamo; ed ecco nella nostra risposta il nostro essere, nostra affermazione. - Eccoci vivi, eccoci morti». La morte, insomma, è ricondotta nella immortalità. Ma basta la dialettica ad annullarla?

In un appunto senza data, che reca in esergo un riferimento al Triumphus Mortis di Petrarca e un altro a Dante - «L'uomo non è eterno, ma, come dice Dante, si eterna» - Gentile distingue due modi di concepire l'immortalità. Il primo «fa cominciare la vita immortale oltre quella mortale», mentre un altro «fa coincidere la vita immortale con la stessa vita mortale, se in questa si consideri non il male che passa, ma il bene che resta; non le miserie, al di sopra delle quali ci eleviamo ogni momento col vigore divino che anima le nostre forze spirituali, ma le opere eccellenti della virtù dell'arte e della scienza. Per quelli che concepiscono l'immortalità nel primo modo è immortale tutto l'uomo, in quel che ha di divino e in quel che ha di bestiale; in quello che non deve e non può mai morire e quello che non dovrebbe mai nascere e che nell'uomo degno del suo nome infatti non può nascere. Per quelli che la concepiscono nel secondo modo, di noi deve sopravvivere solo quello che manifesta la nostra natura, di cui ogni atto non è mai individuale, come cosa nostra e non d'altri, ma universale, del Tutto, di Dio: è la virtù in cui s'esalta tutta l'umanità, è l'inno del poeta che riecheggia in tutte le anime come voce di tutti; è la verità che affratella tutte le menti in un solo pensiero, che non è di nessuno in particolare».

Ma, evidentemente, Bruno Fanciullacci, che molto probabilmente sparò quei sette proiettili calibro 9 corto, non era dello stesso avviso.

Il tema della morte è presente nelle opere edite di Giovanni Gentile: nel Sistema di Logica come teoria del conoscere, ne La filosofia dell'arte e, naturalmente, in Genesi e struttura della società. Non potrebbe essere diversamente perché per Gentile «eternarsi è pensare». Il confronto con la morte è una inquietudine speculativa che implica tanto il coraggio di pensare quanto il coraggio di vivere. Negli appunti di Gentile vi sono pagine dedicate a Leibniz, Hegel, Schopenhauer, Croce e Aristotele. Concludiamo proprio con il riferimento al filosofo greco: «Ogni volta che un uomo libero non sa conservare la propria libertà respingendo il prepotere altrui che tenta assoggettarlo (e si dimostra perciò nato a servire) egli cade nella schiavitù, e Aristotile ha ragione». In gioco nella morte c'è la libertà.

Commenti