I "Cuori fanatici" di Albinati battono forte e scandiscono il ritmo degli anni Ottanta

Un libro corale con al centro le vicende di due amici molto diversi fra loro

I "Cuori fanatici" di Albinati battono forte e scandiscono il ritmo degli anni Ottanta

Dopo le quasi milletrecento pagine della Scuola cattolica, che nel 2016 ha vinto il premio Strega descrivendo il liceo frequentato negli anni Settanta dall'autore ma anche dagli assassini del Circeo (una coincidenza che offriva l'opportunità di districare alcuni nodi che legavano borghesia, neofascismo e religione cattolica), Edoardo Albinati si è concesso un momento interlocutorio con il racconto Un adulterio, storia di una fuga d'amore su un'isola deserta. Il recente Cuori fanatici (Rizzoli, pagg. 396, euro 20) segna un ritorno in città, nonché il riavvicinamento ai temi dell'opera monstre di cui rappresenta un'integrazione puramente romanzesca. Siamo sempre nel periodo delle stragi e del terrorismo - il primo riferimento cronologico si ricava da un accenno alla morte del calciatore Re Cecconi, freddato nel 1977 con un colpo di pistola da un gioielliere - anni di radicalismo generalizzato che Albinati attribuisce a una contaminazione proveniente dalla piccola borghesia.

Senza un asse narrativo portante, orgogliosamente indifferente ai meccanismi della narrativa popolare, Cuori fanatici è il romanzo di una rete sociale con due centri, gli amici Nanni Zingone e Nico Quell. Il primo insegna in un liceo, è sposato e ha tre bambine; il secondo è il figlio di un diplomatico gambizzato dalle Brigate rosse per ragioni oscure. Mentre la vita di Nanni è piuttosto statica, quella di Nico, che ha studiato in Svizzera e lavora in una casa editrice, è dominata dall'ambizione letteraria. È proprio per ricevere dei suggerimenti sul libro che sta scrivendo che Nico va a trovare il personaggio più riuscito del romanzo, il professor Berio. Privo, in realtà, di titoli accademici, Berio è stato un giornalista televisivo bravissimo a smascherare la pochezza degli intervistati («Tutti ricordavano di essere stati i primi a fare una certa cosa quando nessuno osava farla. Tutti raccontavano di aver avuto pochi soldi e di aver saltato i pasti. Tutti assommavano un buon numero di amori e di crudeli inimicizie nei confronti di altri artisti e di critici maligni...»); peccato lasci un po' a desiderare quando si tratta di fare sul serio, al pari di altri intellettuali del periodo tanto logorroici quanto inconcludenti.

Nico e Nanni discutono di tutto, un aspetto che dà al romanzo di Albinati un'andatura cullante, piacevolmente demodé, che ricorda i romanzi epistolari di Piovene, il Bertolucci di Prima della rivoluzione o le pellicole di Nanni Moretti. Ma vi sono scene che mettono la sordina al bla bla socio-esistenzial-politico per raccontare con semplicità le passioni che uniscono gli uomini e le donne, e altre che gettano uno sguardo allucinato sulla realtà: per esempio il passo in cui la madre di Costanza, la sulfurea ebrea Giulia Mesones, sconvolge un bambino dal nome mitologico di Giano tastandogli la nuca per vedere se la sua seconda faccia sia ilare o malvagia; o quella in cui Berio, durante una gita in campagna, si ferma a osservare un formicaio estraendone un'amarissima lezione sul caos che regna nel mondo.

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