Insulti, sputi, violenze, sequestri e minacce. Così i "compagni" attaccavano le ragazze

Le testimonianze sconvolgenti delle giovani di destra negli anni Settanta

Insulti, sputi, violenze, sequestri e minacce. Così i "compagni" attaccavano le ragazze

Per alcuni, gli anni Settanta sono stati una scuola di vita: in quel periodo hanno gettato le fondamenta del proprio futuro politico e hanno intessuto quella trama di rapporti di amicizia e fratellanza che ancora oggi sussiste. Per altri, sono un passato scomodo, magari rinnegato, del quale si preferisce non parlare. E anche sulla violenza le testimonianze sono discordanti: c'è chi la ricorda come un'esperienza necessaria, chi come una persecuzione e chi invece tende a minimizzarla o a rimuoverla. Ma tutti tratteggiano un paesaggio fosco, nel quale la caccia al camerata era tollerata, se non addirittura incentivata dai ceti intellettuali dominanti. Alcuni diritti basilari, come il diritto allo studio o il diritto di esprimere le proprie idee, erano di fatto sospesi per chi stava a destra. Picchiare, sputare, insultare, sequestrare, svilire una donna di destra, in alcuni contesti, era considerato normale.

Lo ripetiamo: visto con gli occhi di oggi sembra una follia. Ma stiamo parlando di un Paese nel quale i camerieri si rifiutavano di servire un caffè a Giorgio Almirante perché fascista e nel quale si sosteneva che «uccidere un fascista non è un reato». Questo è il contesto, la cornice all'interno della quale si muovono le ragazze del Fronte della Gioventù, del FUAN. Erano nel mirino perché chi vedeva nei giovani missini un nemico da combattere pensava di stare lottando per la libertà. Nel nome della quale credeva fosse legittimo utilizzare qualunque mezzo. Per calarsi in quell'epoca bisogna rivedere il concetto di situazione di pericolo e, come vedremo, non era necessario infilarsi in una manifestazione tra le croci celtiche e le fiamme tricolori per finire nei guai.

«Il clima terribile degli anni di piombo registrava episodi di violenza persino nell'acquisto di un giornale all'edicola se, per esempio, era una testata ritenuta di destra. Per quanto mi riguarda, ricordo l'episodio di bullismo accaduto il giorno della discussione della mia tesi di laurea su Ugo Spirito a Scienze Politiche con relatore Augusto Del Noce. All'uscita della facoltà mi aspettavano un centinaio di studenti di sinistra che pensarono bene di accompagnarmi in corteo, con tutta una serie di insulti e cori non certo di simpatia, solo perché avevo trattato un autore che non rientrava nei loro paradigmi. Alcuni anni più tardi anche sotto all'ufficio spesso e volentieri mi ritrovavo scritte con il mio nome che mi imputavano la responsabilità dei più efferati fatti di cronaca. Per non parlare di altri episodi più gravi di discriminazione che mi sono accaduti addirittura quando ero sul posto di lavoro e in gravidanza», ricorda Marina Vuoli, militante e moglie di Teodoro Buontempo, storico esponente del MSI. Sembrano cronache di guerra: centinaia di persone che accompagnano una ragazza nel giorno della sua laurea solo perché ha trattato argomenti non di sinistra, intimidazioni, insulti, minacce. E poi la discriminazione, un termine ancora oggi molto in voga e, a volte, usato in modo improprio.

«Io mi sono reso conto della pericolosità del periodo quando è morto uno della mia sezione, Acca Larenzia. Quella è stata una tragedia, un evento che ha segnato la mia vita. È stato un episodio di rottura, perché ti rendi conto che il contesto è drammatico e tragico. Non c'era alcuna differenza tra ragazzi e ragazze. Anche le ragazze si difendevano bene davanti alle manifestazioni non autorizzate e alle cariche della polizia, però c'era una protezione fortissima da parte dei maschi. Erano molto paterni, non le consideravano inferiori, nelle sezioni del MSI non ho mai visto episodi di maschilismo esasperato», spiega Annalisa Terranova, ex animatrice di Eowyn e del Centro Studi Futura, autrice del libro Camicette Nere e poi redattrice del Secolo d'Italia, introducendo un duplice tema. Innanzitutto, quello della tragedia, dell'evento drammatico che svela i rischi che stanno correndo dei ragazzi in alcuni casi nemmeno del tutto consapevolmente semplicemente facendo politica. E poi il tema della violenza che si abbatte in egual misura e senza nessuna distinzione su ragazzi e ragazze. Una guerra invisibile che si protrae per anni, nell'indifferenza generale. «Credo di poter dire che quel periodo, dal secondo semestre del 1970 sino al 1980, fu caratterizzato da un vero e proprio stato di guerra civile. Ricordo mio padre che metteva i sacchetti di sabbia dietro la porta di casa per paura di incendi dolosi. La caccia al fascista era diffusa nelle scuole, e all'università il FUAN di fatto chiuse i battenti per qualche anno», racconta Andrea Augello, ex militante del Fronte della Gioventù, poi saggista e parlamentare italiano.

Scegliere di stare a destra ed essere una donna, in quegli anni, significava quindi imboccare una via in salita. E significava, soprattutto, scegliere la strada della ghettizzazione e della marginalizzazione, perché l'etichetta, il marchio a fuoco, era qualcosa che difficilmente si poteva cancellare. Entrando in una sezione del Fronte della Gioventù o del FUAN, mettendo una firma su quella tessera si entrava in un club esclusivo, ma al rovescio.

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