L'inafferrabile Angelo Donati che salvò migliaia di ebrei

Pilota, banchiere, mecenate e cospiratore. Uno studio racconta i segreti di un uomo che fece il bene nell'ombra

Ci sono personaggi che hanno fatto la storia grazie ad una peculiare capacità. Quella di muoversi senza farsi notare troppo. Sfuggire, o usare gli ingranaggi del potere, anche il più bieco, utilizzando una particolare dote: quella di confonderli e non farsi mai inquadrare troppo. Tra questi personaggi va sicuramente segnalato l'italiano Angelo Donati, di cui è uscita da pochissimo una biografia accurata: Angelo Donati. Pilota, banchiere, mecenate e cospiratore (Mursia, pagg. 116, euro 15). A scriverla Ugo G. Pacifici Noja e Andrea Pettini, due esperti di diritto. E questo non deve stupire perché il diritto internazionale è stata una delle armi più utilizzate da Donati (1885-1960). Donati, nato a Modena da una ricca famiglia di industriali e banchieri di origine ebraica (trasferitasi in Italia nel Seicento per portare avanti il commercio di grano saraceno) studiò in uno dei licei classici della città e nell'ateneo cittadino. Studente brillante ma un po' ondivago si vide piovere sul capo come molti altri la Prima guerra mondiale. Come molti altri ebrei italiani, in prima fila nel dimostrare la loro appartenenza alla nazione, finì al fronte. Prima capitano di fanteria, poi il passaggio all'arma aerea (che all'epoca era ancora una branca dell'esercito). Dopo ufficiale di collegamento in Francia. Francia in cui Donati decise di fermarsi a conflitto finito. Divenne amministratore, con buon livello di successo, di società di ogni tipo, sia in Italia sia in Francia. La sua abilità principale era quella di essere un uomo di relazione. Dal 1925 al 1932 fu Console generale della Repubblica di San Marino, dal 1932 al 1939 fu presidente della Camera di Commercio italiana di Parigi. Fu nel frattempo insignito della onorificenza di Grand'Ufficiale della Corona d'Italia e di quella sammarinese di Commendatore dell'Ordine di Sant'Agata, mentre il Governo francese lo nominò nel 1936 Commendatore della Legion d'Onore. Ovviamente dovette spostarsi in posizioni più defilate dopo che nel settembre 1938 entrarono in vigore le leggi razziali. Ma già prima i documenti della polizia fascista ci indicano che Donati non era quiescente al regime. Iniziano a circolare dal 1930 dispacci dalla Francia in cui si annuncia che «Ci è stato segnalato che un certo Donati Angelo sarebbe amministratore dei fondi della concentrazione antifascista». C'è chi preme per colpire Donati. Ma il banchiere è capace di costruire una rete attenta per dissimulare le sue attività. È lo stesso ministro dell'Interno, Araldo di Crollalanza, a intervenire a frenare gli zelanti inquisitori politici: «La multiforme attività patriottica del Donati, spiegata specialmente a favore delle istituzioni di beneficenza della colonia italiana di Parigi e del locale Fascio...». Insomma Donati riesce a mantenersi sul filo del rasoio, a fare troppo comodo perché lo si possa toccare. E su questo filo del rasoio giocherà il suo azzardo più grosso nel periodo 1940/43.

Nell'agosto del 1940 Donati abbandonò Parigi prima dell'ingresso delle truppe tedesche, fuggì con percorso rocambolesco a Nizza dove si rese subito operativo come direttore della Banca Franco-Italiana. Dopo l'ingresso delle truppe italiane a Nizza Donati, abbiamo già parlato del suo prestigio personale e delle relazioni negli ambienti militari e diplomatici nostrani, prese in mano le sorti degli ebrei. Ogni mattina due membri del Comitato di aiuto ai rifugiati insieme al rabbino Saltiel gli portavano documenti, richiedevano visti, lasciapassare...

Grazie alle informazioni ricercate certosinamente da Donati, il console generale d'Italia Alberto Calisse riuscì a mettersi di traverso alle disposizioni delle autorità francesi per la deportazione degli ebrei in Polonia su pressione dei tedeschi. Le proteste delle autorità tedesche giunsero a Roma e spinsero Mussolini a creare il Regio Ufficio di Polizia Razziale a Nizza, affidato all'Ispettore Guido Lospinoso. Giunto a Nizza Lospinoso venne subito intercettato da Donati, che gli espose la delicata situazione e neutralizzò il piano tedesco. Quando il Governo di Vichy poi, su pressione tedesca, ordinò al prefetto di Nizza, Marcel Rubière, di arrestare tutti gli ebrei stranieri della Costa Azzurra, il generale Averna di Gualtieri, che rappresentava il comando supremo italiano a Vichy, pose il veto. «Tali provvedimenti sono di esclusiva competenza della autorità militari di occupazione italiane».

Queste azioni furono, va detto, anche il modo italiano per manifestare una stizzita indipendenza rispetto ai tedeschi, ma è ravvisabile in filigrana l'azione da abile diplomatico di Donati. Meno fortunato il suo articolatissimo piano per far fuggire altre migliaia di ebrei in Palestina dopo la nascita del governo Badoglio. Fu fatto saltare dagli eventi dell'8 settembre. Ma sono moltissime le sfaccettature dell'azione di Donati fatte emergere dal lavoro documentale di Pacifici Noja e Pettini. Che onestamente dichiarano anche le zone che attualmente restano ancora insondabili di un personaggio così complesso.

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