«Loving» e «Paterson» svelano l'America senza americanate

Alla Croisette i film (il primo di Nichols, il secondo di Jarmush) evitano i luoghi comuni e raccontano epopee e conflitti razziali con poesia. Stroncando la retorica anticapitalista

Stenio Solinas

da Cannes

L'altra America. Quella dei diritti civili e della provincia tranquilla, delle coppie solide e dei caratteri fieri, quella che crede in se stessa e nel diritto costituzionale alla felicità. Loving, di Jeff Nichols, e Paterson, di Jim Jarmush, entrambi in concorso, fanno piazza pulita dell'on the road, del ribellismo e del capitalismo descritto come il diavolo, così come delle vite violente, rapina, droga, sesso e Cosa nostra, su cui l'industria cinematografica Usa vive di rendita. Raccontano, con le sensibilità diverse di due registi che puntano più sull'emozione che sulla trama, vite esemplari nella loro semplicità, reali nella loro autenticità.

Loving è una storia vera e se il titolo significativamente esprime il concetto di amare, rimanda però al nome del suo protagonista, Richard Loving, appunto (Joel Edgerton sullo schermo), e di sua moglie Mildred (Ruth Negga). Richard è un red-neck, un solido lavoratore bianco della Virginia. Con Mildred si conosce da quando erano ragazzini, con Mildred decide di costruire, lui muratore, una vita e una casa insieme. Si sposano, dunque, ma lei è di colore e in Virginia, siamo nel 1958, c'è il segregazionismo e i matrimoni misti non sono permessi. Arrestati, la pena viene sospesa a condizione che per 25 anni non facciano ritorno nello Stato come coppia. Ci può essere uno, ma non ci può essere l'altro. L'esilio, in parole povere. Dieci anni dopo, dieci anni di battaglie legali, di una vita oltre confine e di sotterfugi, di figli che nascono e di legami amicali che si rafforzano, il caso arriva finalmente davanti alla Corte Suprema che annulla la decisione del tribunale federale, in quanto viola i diritti civili del cittadino, e consente alla coppia di tornare legalmente a vivere dove è nata e cresciuta.

Intelligentemente, Loving evita di fare il solito film, più o meno magniloquente, dove avvocati, giudici e procuratori fanno cinematograficamente sfoggio delle loro virtù oratorie, e non sceglie nemmeno la strada dei colpi di scena fino al climax che poi li scioglierà. Allo stesso tempo, il tema razziale, con i suoi odi e le sue incrostazioni sociali, ideologiche e politiche, viene lasciato sulla porta. Non ci sono immagini eclatanti, non c'è il bianco e il nero, mai termini furono più esatti, della segregazione come scontro anche violento fra due culture e due stili di vita. Il film racconta tutto dall'interno di una coppia, il silenzioso, testardo Richard, la delicata e battagliera Mildred. Dei due, il primo potrebbe anche prendere in considerazione l'ipotesi di rifarsi insieme una vita altrove: se la scarta è perché si rende conto che le radici di lei sono lì, ramificate e profonde. Reciderle significherebbe vederla appassire.

Già a Cannes con Mud (che segnò la svolta nella carriera di Matthew McConaughey), Jeff Nichols considera Loving «il più potente dei film da me finora girati. Volevo che venisse fuori la solidità di un rapporto, la calma tenace dei suoi protagonisti. Richard è in grado di costruire una casa con le proprie mani, è un muratore specializzato. Nel suo posare i mattoni per quella che dovrebbe essere l'abitazione della loro vita, nella cura precisa con cui lo fa è come se uno sull'altro venissero posti tanti pezzi di verità e di giustizia. Oggi ci sembra assurdo che ancora cinquant'anni fa si potesse discriminare legalmente in base al colore della pelle. Eppure, ciò che la corte Suprema stabilì allora, in Alabama si è trasformato definitivamente in realtà appena all'inizio del Duemila. Questo rende l'amore fra Richard e Mildred ancora più fantastico, più eroico».

Di eroico, in Paterson, all'apparenza non c'è nulla, eppure anche la stoffa del suo protagonista (Adam Driver, già il Kylo Ren di Star Wars dello scorso anno e interprete di Midnight Special proprio di Jeff Nichols) è fatta di quella forza tranquilla di un certo genere Usa. Jarmush lo sottolinea con piccoli tocchi, una foto in divisa da marine piena di decorazioni, il suo prendere le difese di una donna minacciata (anche se poi la minaccia si rivelerà un bluff...), la sua disponibilità all'ascolto degli altri. Fa il conducente di autobus, Paterson, nella città che porta il suo nome, che ha dato i natali al poeta William Carlos Williams e dove ha vissuto Allan Ginsberg. Anche Paterson scrive poesie, su un taccuino segreto che non abbandona mai. «E' una storia molto semplice dice il regista -, sette giorni della vita di un uomo. Ho voluto rendere omaggio alla poesia dei dettagli, delle variazioni e degli scambi quotidiani. L'ho concepito come un antidoto al pessimismo e alla pesantezza dei film drammatici e di quelli d'azione. Vorrei che fluttuasse davanti allo spettatore come le immagini che si vedono dal finestrino di un pullman, come una gondola che scivola lungo i canali di una piccola città dimenticata». Delicato, ironico e sentimentale, Paterson rimanda al miglior Jarmush di Coffee and Cigarettes. La deliziosa Golshifteh Farahani è Laura, la giovane moglie che moltiplica progetti ed esperienze con entusiasmo e ama il suo poeta come la Laura petrarchesca di cui porta il nome.

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