"La mia Tehran ossessionata dal corpo e dal passato"

La scrittrice iraniana racconta la generazione figlia degli sconfitti dalla Rivoluzione islamica

È Elham la Tehran Girl (Bompiani, pagg. 272, euro 17) del nuovo romanzo di Mahsa Mohebali, scrittrice molto amata e molto censurata nel suo Iran. Elham ha superato i trent'anni ed è ancora single, è molto attraente e piena di corteggiatori, è la segretaria di un uomo d'affari potente (Keyvanpur) e per ventidue anni ha creduto che il padre, militante di sinistra, fosse morto. Invece è vivo e abita in Svezia...

Elham è uno specchio delle ragazze di Tehran?

«Vedo la mia protagonista un po' come un collage che mette insieme i pezzi di tante ragazze che vivono a Tehran. Ho pensato soprattutto a quelle che tengono in piedi l'economia familiare, le capofamiglia».

Perché capofamiglia?

«Dopo la rivoluzione del '79, la guerra Iran-Iraq, la repressione degli attivisti di sinistra e le esecuzioni di massa degli oppositori, numerose famiglie si sono ritrovate senza il padre o la madre, quindi i figli e le figlie sono stati costretti a lavorare fin da giovani. I caduti per la Repubblica islamica sono celebrati come martiri e ai loro figli è assicurato il sostegno dello Stato; invece i figli dei militanti di sinistra morti durante e dopo la rivoluzione non ricevono alcun sussidio. Elham è la figlia di un martire, ma di quelli che sono stati perseguitati».

Elham cerca proprio la verità su suo padre e su chi lo ha tradito. Qual era la sua lotta?

«Il padre di Elham era un militante di sinistra negli anni '80. In centinaia di migliaia hanno continuato a combattere anche dopo la rivoluzione, sprezzanti del pericolo. I genitori di Elham, gli zii e le zie, erano tutti un gruppo che viveva sotto lo stesso tetto, e a un certo punto si sono trovati nei guai».

C'è anche molto umorismo.

«Più che risate, forse, c'è l'ombra del sarcasmo di Tehran. Una città che sembra farsi beffe di tutto, che davanti allo stress, al caos e alla violenza sa rispondere solo con una smorfia, con la grottesca faccina di una chat».

Keypur rappresenta il potere. Elham dice che lui «può fare tutto». È così?

«È proprio come dice Elham. Dopo la dura repressione degli anni Ottanta, in Iran è mancato l'ossigeno. Le forze di sicurezza pullulano per le strade, si impicciano nella vita privata di tutti. Per mantenere il controllo lo stato ha bisogno di un apparato di intelligence ben organizzato e capillare: questi agenti possono fare tutto quello che vogliono».

Un altro tema è il tradimento. Ha diviso le famiglie e le persone nel suo Paese?

«Ho un ricordo di quando avevo otto o nove anni e dovevo fare un test d'ingresso per una scuola per bambine prodigio. I miei genitori erano totalmente contrari, perché quel tipo di scuole ti facevano il lavaggio del cervello. Mio padre però dava per scontato che non avrei passato l'esame: pensava che, se mi avessero chiesto di recitare una preghiera o di citare un libro che leggeva lui, mi avrebbero esclusa a priori...»

Come andò?

«Ero determinata a rovinare il suo piano. Mi sono messa a studiare i nomi dei libri di religione e degli ayatollah, le preghiere, i principi del digiuno ecc... Lasciamo stare la figura che ho fatto. Ma l'ultima domanda mi ha spiazzata: se avessi scoperto che i miei genitori erano oppositori della Repubblica islamica li avrei denunciati?».

Che cosa ha risposto?

«Vergognandomi come una ladra ho risposto di sì, che l'avrei fatto. Quest'ultima risposta non sono riuscita a raccontarla a mio padre, mi vergognavo troppo, ma per me la questione era semplice: per essere ammessa alla scuola avevo detto una bugia».

Come se lo spiega?

«I nostri bambini sono dei bugiardi eccezionali, lo sanno da soli che a scuola non devono dire che cosa bevono i genitori a casa o come si vestono. Fanno tutti finta. Forse tutto questo ci ha fatto diventare dei bravi traditori».

E poi c'è il senso di colpa dei sopravvissuti.

«Quando vedi che gli ideali per cui i tuoi cari hanno perso la vita sono stati stravolti, cominci a rifiutare quell'atmosfera idealista e rivoluzionaria. Noi siamo i figli di quella generazione. Anche sotto lo Scià gli intellettuali venivano arrestati e uccisi, ma nessuno si aspettava che la Repubblica islamica avrebbe fatto lo stesso pur di mantenere il potere».

Elham è ossessionata dal suo aspetto fisico. Sono così le donne in Iran? Dall'esterno non sembra.

«Siccome qui in Iran il velo è obbligatorio può sembrare così, ma le è mai capitato di vedere qualche foto delle giovani iraniane? Ragazze che indossano il velo e abiti lunghi, i manteau, che dovrebbero coprire, ma in realtà sono terribilmente sexy. Nascondere fa scattare l'immaginazione. Non credo ci sia una città più sexy di Tehran, una città più concentrata sul corpo. Tutta questa insistenza nel far coprire il corpo e i capelli delle donne tradisce in realtà il desiderio di vederle nude».

E il velo?

«Il velo oggettifica il corpo della donna più di ogni altra cosa. Quando lo Stato ti dice di coprire il tuo corpo vuol dire che ha il controllo su di esso. Ti sta dicendo: coprilo e vendilo a caro prezzo al momento opportuno, così chi fa da tramite ci potrà guadagnare di più. Una schiavitù sessuale a tutti i livelli».

E la cura maniacale di sé?

«Beh, quando sei obbligata a coprirti i capelli, i tuoi sforzi si concentrano sulla faccia. Così andiamo dal chirurgo plastico e ci trucchiamo più di tutte le altre donne. Ci ammazziamo di palestra. Facciamo la depilazione laser. E, per assurdo, a volte queste cose diventano uno strumento di lotta».

Come?

«Indossiamo vestiti provocanti, ci trucchiamo e camminiamo per strada apposta per far arrabbiare le forze dell'ordine. Usiamo l'estetica per combattere la dittatura. In nessun luogo come l'Iran il corpo della donna è oggettificato».

Il linguaggio è molto aggressivo. È quello reale, o è uno strumento umoristico?

«Tutte e due le cose. Un nostro grande scrittore, Sadeq Hedayat, diceva: Noi iraniani siamo gente sboccata. Quando la rabbia ti ribolle dentro e non la puoi sfogare in ciò che fai, la riversi nel tuo modo di parlare».

Ha mai avuto problemi con la censura?

«Sempre. Tehran Girl non è stato nemmeno inviato all'ufficio della censura: nessun editore era disposto ad affrontare le possibili conseguenze di chiedere il permesso per questo libro. Infatti, se un editore invia un libro problematico all'ufficio censura, rischia una punizione, per esempio non riceve più i sussidi per l'acquisto della carta. Perciò sono stata costretta a pubblicare questo romanzo fuori dall'Iran, in Afghanistan. Tanti scrittori lo fanno».

Però gli iraniani la amano.

«Dice? Ce ne sono anche tanti che mi detestano. Tanti vecchi militanti di sinistra si sono arrabbiati per Tehran Girl... Comunque, se il libro suscita delle reazioni è un buon segno: forse ho creato uno specchio per i tanti Keyvanpur che popolano la nostra società».

C'è un senso di fallimento, tutto è in vendita, dalle persone, ai corpi, agli ideali.

«Sì, è un senso che pervade tutto il romanzo. Avrei preferito scrivere una storia a lieto fine, fuori da questo meccanismo malato per cui il governo è il sovrano dei nostri corpi e delle nostre anime. Ma non è andata così. Non potevo. Non si può sorridere, quando si ha un pugnale piantato nel cuore. Forse si può solo resistere e sperare che gli altri ascoltino la nostra voce, la voce di questi strani abitanti di un Paese mediorientale».

(Si ringrazia Giacomo Longhi)

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