"Il mio matto Liborio ha vinto la sua battaglia"

Il trionfatore del premio Campiello, Remo Rapino: "Dopo il lockdown ha conquistato perché è uno che non si arrende"

"Il mio matto Liborio ha vinto la sua battaglia"

Non se lo aspettava, sebbene questo suo libro a febbraio si fosse candidato anche allo Strega. E invece la vittoria al Campiello è arrivata, per Remo Rapino e il suo Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (minimum fax, pagg. 265, euro 17), con un ottimo scarto sul secondo - 92 voti al primo, 58 a Sandro Frizziero con Sommersione (Fazi) e avendo la meglio su due giganti: uno di popolarità, come Francesco Guccini, e una di levatura (la si considera la più grande poetessa italiana vivente), Patrizia Cavalli, che a testa hanno preso circa un decimo dei voti della giuria dei Trecento Lettori alla finale di sabato. Rapino, classe 1951, abruzzese di montagna, del Medio Vastese, insegnante nei licei per tutta la vita, pubblica da quasi trent'anni (anche poesia, tra l'altro), ma pochi tra i lettori generalisti se ne erano accorti. Il romanzo è la storia di un uomo semplice, matto del paese e dunque sommamente saggio, e del suo e nostro Novecento, ma è prima di tutto il risultato di una profonda ricerca e appassionata invenzione sulla lingua, che vede in Terra matta di Vincenzo Rabito o nella Gnosi delle Fànfole di Fosco Maraini due ipotetici illustri predecessori, anche se differenti nelle intenzioni.

Perché inventare non solo un personaggio divergente come Liborio, ma anche una lingua?

«Il codice linguistico andava adeguato alla psicologia di Liborio, che raccontando se stesso ricorda le vicende di un secolo, passando per fascismo, guerra, resistenza e poi carcere, manicomio e ritorno a casa. Un fuori margine che vive in una periferia esistenziale, può scrivere la sua vita, ma solo se scrive come pensa e come parla. Ci voleva un dialetto meticciato, che risultasse come un flusso parlato: se avesse narrato il tutto in termini corretti e senza sgrammaticature sarebbe stato, paradossalmente, incomprensibile. Liborio è un vecchio, che non conoscendo la lingua italiana la parla, ottenendo anche effetti comici».

Da dove è partito per ottenere questo risultato?

«Ho messo insieme il dialetto che parlo da sempre nella mia città, Lanciano, le parlate delle persone più anziane e una vera e propria ricerca filologico-linguistica, consultando esperti di dialettologia. Nel libro infatti appaiono anche termini medievali, come inzingare, ormai inusuali».

Raro che oggi uno scrittore dia tutta questa importanza alla lingua.

«E invece io ho rovesciato il rapporto abituale: la ricostruzione psicologica avviene attraverso la lingua. Ho creato un personaggio immaginario che si esprime con un codice realistico, legato ai nostri vecchi quartieri e alle campagne. Non solo l'italiano parlato è diverso da quello scritto, ma anche il dialetto scritto è diverso dal parlato, che alla fine è un insieme di lingue che si incrociano. Il meglio, per esprimere sentimenti e confusione mentale di Liborio e pure la sua balbuzie».

Per poterlo fare bisogna conoscere bene la lingua italiana alta, «corretta».

«Mentre scrivevo, traducevo: i pensieri mi venivano in lingua e se pensavo come Liborio la scrittura fluiva».

E ci vuole poi una grande fiducia nei lettori.

«Ho inserito nel romanzo un glossario finale, ma poi ho scoperto che anche a Parma, Genova o in Piemonte, i lettori hanno fatto quasi tutti a meno delle traduzioni. Il linguaggio veniva recepito e si incrociava con gli occhi di chi leggeva. Sono stato ripagato: una lingua non parlata da nessuno alla fine è parlata da tutti».

La sua è anche un'operazione di recupero di una realtà espressa con una lingua che non c'è più?

«C'è, nel gioco della memoria di Liborio, una dolcezza nostalgica che riflette i miei ricordi di adolescenza e infanzia in cui c'era maggiore frequentazione tra le generazioni anche attraverso la lingua. Non è rimpianto per quel mondo, più duro e crudele di questo, ma per valori, oggi sconfitti e perdenti in una realtà omologata e globale».

Difficile fare editing, con il suo libro.

«Molto difficile: la reazione dell'editor, ma anche di tanti altri che hanno letto il libro in una prospettiva di carattere linguistico, è stata quella del correttore automatico del computer, che alla fine si è arreso».

Ormai Liborio c'è: il libro avrà un seguito?

«Difficile immaginare un Liborio 2, sarebbe facile cadere nel macchiettistico, nel folcloristico. Mi piacerebbe invece che diventasse un film o vederlo a teatro: Fabrizio Gifuni ne ha già letto delle parti in pubblico. Dalla periferia dell'impero, in Abruzzo, mi piacerebbe che avesse un volto e una voce, che potesse essere visto attraverso altre forme d'arte. Ma io non sono capace di fare nulla di tutto questo: ho comprato anni fa il libro di Cerami sulla sceneggiatura. Mai letto. Ora magari lo userò».

Che cosa, di questo romanzo, ha davvero conquistato la giuria popolare del Campiello?

«Anche io pensavo che potessero prevalere Guccini o Cavalli. Pensi che allo Strega mi chiamavano l'alieno. Mettiamo però da parte che Guccini è famoso, che è stato la colonna sonora della mia vita, e che la Cavalli è una grande poetessa: in questo libro l'io diventa noi, mentre gli altri sono più libri sulla cattiveria. Liborio, post lockdown, è stato percepito come un soggetto che non si arrende: Vediamo che succede, urla, aspettando la morte sulla porta di casa. È un grido di battaglia».

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