"Il mio non-padre Aldo Buzzi Tra cinema, cibo e libri culto"

Esce l'opera omnia dell'autore del celebre «L'uovo alla kok» E la sua «belle fillie» Marina Marchesi ce lo racconta...

nostro inviato a Como

Aldo Buzzi non voleva essere definito cuoco, né gastronomo. «Perché non lo sono», diceva. Era un amante della cucina. E il cibo era un pretesto per parlare d'altro. Divagazioni.

Il fatto è che divagava così bene, quando parlava di uova (alla kok, non alla coque), di Stecchini da denti, di brodo e di lattuga per dire che è diventato, malgré lui, un autore culto. E persino una star ante litteram, se pensiamo al successo attuale della letteratura gastronomica. Eppure Aldo Buzzi morto a quasi cento anni, no: Aldo era precisissimo, a 99 anni, dieci anni fa pur essendo qualcosa di meno di un grande cuoco, fu qualcosa di più di un semplice scrittore. «Fu un uomo curioso, buongustaio, raffinato, osservatore attento di piccole cose che ad altri solitamente sfuggono, posato anche nelle parole, da qualcuno catalogato come burbero, e in effetti amava spesso stare da solo, era selettivo, è vero, ma capace di grandissime amicizie, e che detestava la volgarità, vizio che non perdonava a nessuno, compreso le donne», ricorda una delle donne della sua vita, la belle fille Marina Marchesi, figlia di Bianca Lattuada, la compagna di una vita di Aldo Buzzi. «Aldo diceva che Bianca era la sua non-moglie, e quindi io ero la sua non-figlia. E in effetti non fu mai un padre per me io un padre meraviglioso l'ho avuto, Corradino Marchesi, che fu collaboratore di Valentino Bompiani Aldo fu un grande amico, che ho avuto vicino da quando avevo 15-16 anni. Con me lui si confidava, io cantavo e lui mi accompagnava con la chitarra, ho viaggiato con lui e mamma, lui mi ha portato a New York nello studio del suo amico Saul Steinberg, e lui mi scriveva delle lunghe lettere, bellissime, che conservo, e non sono mai state pubblicate. Per ora».

Oggi, intanto, con tre mesi di ritardo sul decennale della morte (nel 2009, 9 ottobre, nella Milano in cui abitò a lungo, dopo la nascita a Como, la città dove ancora oggi abita Marina) è stata pubblicata l'opera omnia: Aldo Buzzi, Tutte le opere (La nave di Teseo, pagg. 566, euro 35, a cura di Gabriele Gimmelli; introduzione di Antonio Gnoli e disegni di Saul Steinberg). Un libro monstrum per uno scrittore la cui unità di misura preferita era il piccolo: piccoli editori, come Scheiwiller, smilzi libretti di pagine essenziali e «piccoli generi», come i taccuini, le lettere, le ricette... Frammenti, che ricostruiscono un mondo.

Il mondo di Aldo Buzzi - autore che aveva Un debole per quasi tutto: la tavola, il disegno, i viaggi, la letteratura, la frittata, i ragni-architetti e l'odore delle case - spaziò dall'architettura al cinema, dall'editoria alla scrittura, dalla cucina alla lettura.

«Per quanto riguarda l'architettura, Aldo non la professò mai, se non quando ristrutturò il rustico a Runo di Dumenza, sopra Luino, la casa di campagna di famiglia, ed è un peccato, perché aveva gusto, e soprattutto attenzione per gli aspetti pratici dell'abitare, non solo per l'estetica, come molti architetti che progettano case bellissime ma scomode... Si laureò nel 1938 al Politecnico di Milano. Lì conobbe Leonardo Sinisgalli e Bruno Munari, e soprattutto divenne amico di Steinberg, esule rumeno che poi andò a vivere negli Stati Uniti e divenne uno dei massimi disegnatori della sua epoca. Saul è morto nel 1999, dieci anni prima di Aldo, e rimasero amici tutta la vita. E poi lì incontrò Alberto Lattuada, il futuro regista, fratello di Bianca, la mamma...». Il quale lo introdusse nell'industria del cinema. «Mia madre è stata una straordinaria direttrice di produzione, la prima donna in Italia, responsabile del casting di molti film». Aldo inizia a lavorare con Alberto sulla sceneggiatura Giacomo l'idealista nel 1942, e poi con Luigi Comencini, Luigi Zampa, Claudio Gora... «La cosa di cui era più orgoglioso fu il mulino fluviale che progettò, e fu poi distrutto dalle fiamme, come da copione, per Il mulino del Po del suo non-cognato, lo zio Alberto... Poi fu consigliere di Fellini e lavorò con grandi registi, ma la cosa strana è che il cinema non gli piaceva molto». Di quegli anni restano il suo primo libro, il Taccuino dell'Aiuto-regista, edito da Hoepli nel 1944 con l'impaginazione di Bruno Munari libricino in cui c'è già tutto il suo stile: interesse per i dettagli marginali, frasi al risparmio, tono da conversazione informale, pezzi di biografia, informazioni pratiche e osservazioni ironiche e il suo unico film, il documentario America pagana girato nel '55 con il fotografo Federico Patellani sui resti della civiltà Maya («Il produttore fallì, e il film di fatto non ebbe distribuzione, ma restano le meravigliose foto scattate sul set tra Honduras, Costa Rica e Nicaragua»). Nient'altro. «Diceva che il cinema era un lavoro troppo impegnativo».

E infatti Aldo Buzzi si divertiva a fare altre cose. Spentolare, ad esempio. «Me lo ricordo in cucina, come si divertiva. Mi diceva: Le zucchine vanno tagliate così, l'insalata lavala e scolala, ma lascia un po' d'acqua. No, quel coltello non va bene, usa questo.... E l'orto.. il suo orto, come lo curava... Bisognava vederlo con quale delicatezza concimava il basilico e tagliava l'insalata, come fosse un miracolo. Poi la metteva sul piatto, e noi mangiavamo il miracolo... Ma alla fine per lui il cibo era un gioco senza pretese. Anche quando mi diceva Non mandare giù adesso quel boccone! Senti questo Gorgonzola... Masticalo bene, forma il bolo e bevici sopra un goccio di vino..., era un consiglio, non una regola».

«È vero, nei suoi libri giganteggia il cibo, un'inesauribile fonte di divagazioni, memorie, pensieri, citazioni colte e curiose. Ma Aldo non ha mai vissuto la cucina come qualcosa fine a se stessa, o come un'arte. Cosa direbbe di quest'epoca di Masterchef televisivi?!? Ma per carità... Già aveva qualche riserva su Vissani e i grandi ristoranti - lui preferiva le trattorie, anche quelle con le tovaglie macchiate, magari - figuriamoci su Cracco... La cucina non è competizione, semmai convivialità». Ricette scherzose, gli inimitabili yogurt di Sessa, la «pozione» mattutina di aceto di mele e miele, gli amici a tavola, le chiacchiere e il trascorrere del tempo nullafacendo... The art of living.

«La sua vita, in realtà, più ancora che scrivere, era leggere», ricorda Marina, che oggi è un'elegantissima signora con la missione di portare il non-padre Aldo Buzzi a essere letto da tutti, non solo dalla nicchia dei suoi lettori, e che ha uno splendido passato nel mondo dell'arte, alla Galleria dell'Ariete a Milano, uno di traduttrice - In Patagonia di Bruce Chatwin, ad esempio - e uno nell'editoria: ha lavorato con suo marito Franco Salghetti-Drioli, direttore editoriale della mitica enciclopedia per ragazzi I Quindici, che negli anni Settanta tutte le famiglie italiane avevano in salotto. «Enciclopedico, Aldo leggeva tutto, da Tolstoj al Maestro Martino da Como, cuoco ai tempi di Leonardo... Me lo ricordo, sdraiato sul letto con la sua visiera trasparente di plastica blu per attenuare la luce, che leggeva, leggeva, leggeva... Proust, l'Ulisse di Joyce, Kafka... E poi gli autori che aiutò quando lavorava alla Rizzoli come editor: Flaiano e Mastronardi - c'è una lettera inedita, disperata, in cui Lucio gli dice che non vuole più scrivere, pensa al suicidio... e poi gli amici: Soldati, Piero Chiara...».

Dopo, rimane solo - anzi, soprattutto: unica e esemplare - la scrittura. «Scriveva in piedi, appoggiandosi al tavolo con le gambe allungate». Come Hemingway. «Lo considerano un autore di nicchia, e i suoi libri sono titoli-culto. Come Cechov a Sondrio, il suo preferito, che riscrisse per tutta la vita. Ma in realtà i suoi libri sono dei vademecum per la vita, su come prenderla con autoironia, con colta leggerezza, su come guardare la letteratura, i viaggi e l'amicizia con uno sguardo piccolo, ma acuto. Quindi, credo, per tutti».