Naufraghi nelle storie di mare per trovare (forse) un porto

Da Odisseo a Sandokan, dal capitano Nemo a Lord Jim, Diego Gabutti ci fa solcare le onde della letteratura

Naufraghi nelle storie di mare per trovare (forse) un porto

Nel suo discorso d'accettazione del Nobel 1987, Josip Brodskij provò a mettere in chiaro un punto scuro dei rapporti fra politica e letteratura: «Se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori, e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe assai meno sofferenza sulla terra. Credo che a un potenziale padrone dei nostri destini si dovrebbe domandare, prima di ogni altra cosa, non già quali siano le sue idee in fatto di politica estera, bensì che cosa pensi di Dostoevskij, Dickens e Stendhal».

Detto in altri termini, come scrive Diego Gabutti nel suo mirabolante Storie del mare (Gog, pagg. 233, euro 17), da che parte sta quel potenziale padrone dei nostri destini «quando legge le Mille e una notte? Dalla parte di Sindbad il marinaio o degli Uccelli Roc? Perché è di questo che si tratta. A che serve infatti l'intrattenimento? A tenere ferma la moderna configurazione del mondo come è stata determinata dalle culture classiche» oppure ad accettare l'idea che «da quando lo Zeitgeist o spirito dei tempi ha cambiato cavallo, nessuno è più Odisseo, nessuno è Gary Cooper» e quindi «vai con lo splatter e ai pesci sia la Kultur sia la Civilisation?»

Se dal particolare si passa al generale, ovvero dalla classe politica al lettore comune, il panorama tuttavia non cambia: siamo noi, le nostre sensibilità, i nostri gusti e i nostri disgusti a farci accettare o respingere questo o quel personaggio, questa o quella scelta da loro fatta. Si può leggere Peter Pan come una fiaba che porta con sé la magia dell'infanzia per poi con un po' di nostalgia metterla a frutto per una migliore maturità, oppure ci si può sprofondare dentro e non crescere mai, che è poi il modo e il mondo con cui il Pink Brown protagonista della Roccia di Brighton di Graham Greene affronta la vita: «Un Peter Pan destinato a restare in eterno delinquente minorile».

Convinto assertore che «ogni lettore è un'isola», Gabutti ha in uggia l'idea di una letteratura edificante, peggio, di una letteratura impegnata: «Un lettore senza illusioni, che conosce il suo mestiere e non lo pratica per farsi bello, sa che dai libri non c'è niente (ma proprio niente) da imparare. Più ancora sa che i libri con la pretesa di insegnare qualcosa sono opera del nemico: il poetastro, il muezzin, il demagogo». Se però vogliamo portare sino in fondo quella suggestione di Brodskij da cui si è partiti, bisognerà pur dire che i libri servono almeno a una cosa: a tracciare l'identikit estetico, etico, sociale, del loro lettore. Si può insomma legittimamente diffidare di chi fra il nobile Sandokan, la Tigre della Malesia, e il perfido James Brooke, il rajah di Sarawak, sceglie il secondo rispetto al primo...

Su Sandokan, ovvero sul suo autore, Emilio Salgari, Gabutti scrive uno dei capitoli più interessanti del suo Storie del mare. Prima di darne conto, bisognerà comunque dire che tutto il libro è felicemente costruito su un'alternanza di basso e alto, letteratura popolare e letteratura colta per happy few, i pochi felici, che poi non sono tali se a loro il divertissement non basta e si illudono attraverso la letteratura di saperne di più sulla condizione umana.

Gabutti è un lettore onnivoro, nel senso che non rifugge i generi, il che da un lato gli permette una visione d'insieme completa, dall'altro la possibilità di raffrontarli e/o contaminarli. La sua passione cinematografica, frutto anche di un'intensa attività di critico, allarga ulteriormente il campo d'azione, il cinema non essendo altro che il romanzo visivo del Ventesimo secolo e oltre. Basta del resto guardare i temi dei suoi libri precedenti per avere un'idea: si va da Clint Eastwood a Sergio Leone, dalla Comune di Parigi al Maggio '68, dai cospiratori agli utopisti, da Erik il Rosso al cyberspazio, da Amedeo Bordiga a Nero Wolfe...

Tornando a Salgari, la prima cosa che Gabutti mette in risalto, e che ironicamente potrebbe riguardarlo, così come certamente riguarda invece il sottoscritto, è il suo essere stato uno «studente mediocre in quasi tutte le materie tranne naturalmente l'italiano, la materia in cui di solito primeggia chi non ha né arte né parte e che nella vita combina poco». La seconda ha a che fare con la sua morte, Salgari, è noto, si uccise, che, scrive, «non è semplicemente la fine. È un gran finale. Salgari è salgariano fino all'ultimo. Riscatta con un autentico, ancorché insensato, epilogo romanzesco tutte le imprese immaginarie di cui ha menato vanto nelle osterie veronesi e torinesi». La terza riguarda l'utilizzo disinvolto che il fascismo fece della sua opera, trasformando oltre il consentito l'anticolonialismo britannico in un traballante nuovo colonialismo italiano... Come è noto, i regimi non hanno il senso dell'umorismo e in proposito viene alla mente una confessione di Guareschi, reo di aver disegnato in una vignetta dei tigrotti-fascisti di Monpracem all'arrembaggio. Uno di loro era però rimasto sul praho e alle rampogne dei suoi camerati-pirati aveva replicato: «Non sono di Monpracem, sono di Gallarate». Il giorno dopo la sua pubblicazione sul Bertoldo, il Fascio di Gallarate aveva protestato elencando i suoi atti di fedeltà al fascismo...

In esergo, Storie del mare ha una citazione di Arthur C. Clarke: «È inappropriato chiamare questo pianeta terra, quando chiaramente è mare». Secoli prima, Orazio aveva scritto nelle Odi che «invano nella sua previdenza il dio separò la terra dall'Oceano, se gli empi navigli attraversano tuttavia i mari, che dovrebbero rimanere inviolati. Audace nell'affrontare ogni pericolo, la razza umana si lancia in mezzo alle imprese proibite». È un duplice assunto che Gabutti fa proprio perché è partendo da Noè, per gli ebrei, Utnapishtim per i sumeri, Deucalione per i greci, che il nuovo capitolo della storia universale ha inizio e si tratta, appunto, di «un capitolo destinato a popolarsi di sempre nuovi marinai, tutti destinati a misurarsi con l'ineffabile e il divino in qualche sua forma, per lo più spaventosa». Il libro ne segue le imprese, si tratti di Aladino o di Odisseo, del capitano Nemo o di Lord Jim, di Charles Darwin o di Martin Eden, del capitano Achab o dei marinai di Kronstadt... Il risultato d'insieme è l'imponente registrazione degli oceani in quanto tali e del «mare di guai» shakespeariano, quello metaforico, ma non meno reale, che ci riguarda, un'imponente mareggiata al cui interno la letteratura assomiglia a un'isola spazzata dai tifoni, ma è anche l'isola che accoglie e ristora noi poveri naufraghi della vita.

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